Documentari giapponesi contemporanei

A cura di Matteo Boscarol

Il campo dei documentari giapponesi è tanto poco seguito quanto importante e sebbene le opere siano di difficile reperibilità riteniamo valga la pena almeno di segnalare la loro esistenza per vedere, o almeno tener presente, quella produzione cinematografica che di solito passa sotto il radar della critica e degli appassionati.

L'arte documentaria è importante anche per vedere come storie marginali, internazionali, personali o comunitarie contribuiscano a formare quel discorso che concorre a creare la contemporaneità del Giappone e per captare, nei migliori dei casi, le trasformazioni ed i cambiamenti che plasmano la società giapponese  e le vite dei suoi singoli abitanti.
Il documentario è anche un luogo privilegiato per ragionare sull'essenza dell'atto del filmare stesso con le sue implicazioni etiche e sociali e per gettare luce sul quel confine fluido e mutevole che divide fiction e documentazione storica e sociale.

Le vite di alcuni anziani residenti in una casa popolare nella città di Kawasaki.


Nel 2012 dopo l'uscita nel 2012 di Il cavallo di Torino, quello che è il suo ultimo film, Bela Tarr decide di incanalare il suo genio in strade diverse e di mettere la sua lunga esperienza nel mondo del cinema al servizio dei più giovani.


Nel paese portuale di Ushimado nella prefettura di Okayama, il rapido declino della popolazione è un problema per le industrie della zona. Soprattutto per quelle dell'allevamento e dell'apertura delle ostriche, è così che alcune di queste piccole compagnie a condizioni familiari hanno cominciato già da un po' di tempo ad impiegare forza lavoro straniera, per lo più cinese. Una di queste aziende, la Hirano, si prepara per accogliere per la prima volta due lavoratori dalla Cina.


In una piccola stanza vediamo prima due e poi tre, quattro giovani musicisti hip pop giapponesi, fra cui OMSB e BIM, far nascere i loro brani, dalla scelta delle musiche da campionare e modificare, fino alla scelta delle parole ed alla registrazione vera e propria.


In una piccola stanza vediamo prima due e poi tre, quattro giovani musicisti hip pop giapponesi, fra cui OMSB e BIM, far nascere i loro brani, dalla scelta delle musiche da campionare e modificare, fino alla scelta delle parole ed alla registrazione vera e propria.


Dopo il primo documentario, Nuclear Nation, uscito nelle sale giapponesi nel corso del 2011, Funahashi Atsushi con questo suo lavoro continua a seguire il destino della piccola comunità della cittadina di Futaba, una delle zone più vicine al reattore numero 2 di Fukushima colpito dal terremoto e dallo tsunami l'11 marzo del 2011.


I due registi Otsu e Daishima "ritornano" a distanza di più di 40 anni a Sanrizuka, la zona che dalla fine degli anni sessanta è diventata il teatro principale della resistenza di  certa parte della popolazione contro il proprio stato, luogo che ha catalizzato scontri, lotte, proteste movimenti rivoluzionari di tutto l'arcipelago.


The Kingdom of Dreams and Madness è un caso più unico che raro. Nasce infatti dalla concessione che è stata fatta alla regista Sunada Mami  di passare più di un anno in compagnia del Miyazaki Hayao, seguendolo durante la gestazione di quello che si è rivelato essere il suo ultimo lungometraggio animato, The Wind Rises. Il film segue il travaglio della creazione, le piccole abitudini quotidiane di Miyazaki fino alla decisione del ritiro, anche se questa non è mai discussa davanti al video e viene ellitticamente lasciata da parte dalla regista mostrandoci solo gli istanti che precedono la conferenza stampa dell’annuncio.


Una lunga tradizione che sta piano piano scomparendo in Giappone è quella dei misemonoyasan, sorta di piccoli circhi ambulanti o freak show alla giapponese dove lo spettatore poteva (e può ancora) vedere esseri deformi, mangiatori di fuoco, mangiatrici di serpenti e altro ancora.


Sei documentari realizzati da Yoshida Kijū a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta e riuniti in due DVD usciti in Giappone tempo fa


Goma è un musicista giapponese che fin da giovanissimo è stato attirato dallo strumento aborigeno del didgeridoo, andato in Australia per perfezionare la tecnica è ora considerato uno dei migliori performer in circolazione.


Satō Makoto, scomparso prematuramente a soli 49 anni nel 2008, è stato sicuramente uno dei documentaristi giapponesi più interessanti e originali degli ultimi vent'anni.


Il team (produzione, realizzazione, regia) che gravita attorno al gruppo della Tōkai TV prosegue il suo percorso nel mondo del documentario, viaggio che negli ultimi anni ha dato alla luce gli interessanti Heisei jirema, Aozora dorobō e Shikei bengōnin, con un nuovo film, Nagaragawa dokonjō.


C'è un brusio sommesso, un allontanamento dal centro, un prendere strade non battute che prova a rinfrescare il cinema contemporaneo, o meglio, la produzione visiva giapponese.


Il documentario ci racconta di Sekiguchi Yuka, la regista del film, che ritorna in Giappone dopo il naufragio del suo matrimonio con un uomo australiano per stare assieme alla madre che scopre di essere afflitta dl morbo di Alzheimer.


Shikei bengōnin, letteralmente "l'avvocato della pena di morte", è senza dubbio uno dei documentari più controversi usciti quest'anno in Giappone. Qui più che in altri frangenti artistici andrebbe ribaltata la famosa frase di Marshall McLuhan secondo cui il medium è il messaggio, in quanto lo stile di questo film e la sua pregnanza estetica vengono completamente assorbiti dal tema che affronta e porta alla luce.


Documentario che segue la vita di un gruppo di bambini in un orfanotrofio un po' speciale, una casa di supporto che aiuta i piccoli a reintegrarsi con le loro famiglie, quando queste sono presenti.


L'uscita in Giappone del libro/DVD di Summer in Narita e la presenza dello stesso film più Heta Village (1973) nella decennale lista stilata dalla prestigiosa rivista britannica Sight and Sound, mi fornisce l'occasione ed il pretesto di fare alcune riflessioni sull'opera della Ogawa Production, un collettivo comunemente noto come Ogawa Pro, analizzando in particolare tre documentari che definiscono tre importantissimi momenti nello sviluppo del collettivo stesso e della storia del documentario giapponese e non solo.


Inoue Seigetsu è stato un poeta-viandante (1822-1887) autore di haiku. Il documentario ne ricostruisce e segue i passi durante l'ultima parte della sua vita in cui si mosse principalmente nella zona di Ina, nell'odierna prefettura di Nagano.


Il cameraman Miyata Hachirō a quattro giorni dal disastro del 11 marzo, si precipita nella cittadina di Watari nella prefettura di Miyagi per assicurarsi delle condizioni del suo amico cantautore Tomabechi Satoro.


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