Aragane (鉱, Aragane)

Di 23 Novembre 2015

Nel 2012 dopo l'uscita nel 2012 di Il cavallo di Torino, quello che è il suo ultimo film, Bela Tarr decide di incanalare il suo genio in strade diverse e di mettere la sua lunga esperienza nel mondo del cinema al servizio dei più giovani.

Aragane (鉱,  Aragane). Regia, montaggio, fotografia: Oda Kaori
Produzione: film.factory. Consulenza: Bela Tarr. Durata: 68 minuti. World Premiere: Yamagata International Documentary Film Festival, 10 ottobre 2015.
Link: Intervista di Matteo Boscarol a Oda Kaori (il manifesto)  - Trailer (Youtube).

Nel 2012 dopo l'uscita nel 2012 di Il cavallo di Torino, quello che è il suo ultimo film, Bela Tarr decide di incanalare il suo genio in strade diverse e di mettere la sua lunga esperienza nel mondo del cinema al servizio dei più giovani. Il regista ungherese crea così film.factory, una sorta di scuola, un workshop permanente, una “casa” dove riunire filmmaker scelti da tutto il mondo per aiutarli nella formazione, attraverso master class di studiosi, storici del cinema e registi, e alla fine del percorso, nella produzione di un film. Il tutto naturalmente in un'atmosfera artistica propizia alla creazione, il più possibile lontana da quella di una scuola o di una università tradizionale, anche se film.factory è ospitata in una di queste, uno spazio dove sperimentare delle forme di educazione non-tradizionale. La città scelta dal Tarr per questo suo progetto è Sarajevo perchè, secondo le sue stesse parole “è una citta multiculturale con un misto di cultura cattolica, ortodossa e musulmana, una città anche piena di tensioni e credo sia un posto ideale per giovani filmmaker”.
Il corso iniziato 3 anni fa e che sta per concludersi, ospita attualmente sedici filmmaker provenienti da quattordici paesi di tutto il mondo ed uno dei lavori usciti da questo laboratorio sperimentale che più ha attirato l'attenzione è Aragane. Si tratta di un documentario dal taglio sperimentale realizzato dalla giapponese Oda Kaori e presentato in anteprima al Yamagata International Documentary Film Festival lo scorso ottobre e successivamente, ai primi di novembre, al Doc Lisboa in Portogallo. Sessantotto minuti che fin dagli inizi ci trasportano nel mondo ctonio, dissonante ed oscuro di una miniera di carbone, in una località della Bosnia.
Lo sguardo della videocamera segue i minatori nei loro spostamenti sotterranei, nella quasi oscurità totale squarciata solo da fasci di luce che sono come sciabolate per gli occhi, ma anche se sentiamo spesso questi lavoratori scambiarsi qualche battuta o premere alcuni pulsanti per azionare varie macchine, i veri protagonisti di questo lavoro sono altri. La materialità degli elementi, i macchinari e lo spazio alieno della miniera sono il vero focus del lavoro. Tutto è costantemente immerso in un rumore assordante di fondo, un rumore, quello dei macchinari, che in certi momenti diventa quasi ritmo e musica di stampo noise. Il film parte fuori dall'esterno e lentamente, accompagnando i lavoratori attraverso lunghi piani sequenza, si sposta direttamente all'interno della miniera, all'interno del suo tempo dilatato e del suo spazio. Una volta che ci si abitua al ritmo lento e ripetitivo del film ed alle sue geografie fatte di oscurità e chiaroscuri rembrandtiani, si viene letteralmente risucchiati nel suo tessuto cinematico. Con tutti i dovuti distinguo, siamo di fronte ad un'esperienza cinematografica contigua a quella evocata dal capolavoro di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel, Leviathan.
Per ammissione delle stessa regista, più che focalizzarsi sui problemi e le condizioni di lavoro dei minatori, che però in una scena vengono a galla comunque e per contrasto in modo ancora più forte, Aragane vuole catturale lo spazio e la durata del luogo che essi abitano. Ciò che ne esce alla fine è un lavoro affascinante, anche se non rivoluzionario. Come abbiamo detto saltano subito agli occhi alcuni elementi di prossimità con i film prodotti dal Sensory Ethnography Lab di Harvard, ma il film è una boccata d'aria fresca nel panorama del documentario giapponese contemporaneo, molto spesso troppo legato ad un certo tipo di cinema del reale di stampo giornalistico o poco propenso alla sperimentazione stilistica. Certo c'è poco di nipponico in Aragane, Oda stessa sembra più una cittadina del mondo e la sua permanenza alla film.factory ne magnifica questo aspetto, ciò nonostante per trovare un lavoro di non-fiction di tale impatto ed originalità nell'arcipelago bisogna forse tornare indietro di più di 50 anni e riscoprire il bel Ishi no uta di Matsumoto Toshio del 1963, breve documentario realizzato usando delle fotografie di una cava di granito e dei suoi lavoratori.
Oda è brava poi a dare la giusta importanza al sonoro, un rumore che in alcune sequenze quasi possiamo toccare tanto è intenso e dall'altra parte quando le macchine vengono spente, improvvisi attimi di silenzio totale che ci aggrediscono con la loro assenza. Nell'ora di permanenza nel ventre della terra e prima di salire di nuovo in superficie - le scene finali per la vividezza dei colori in contrasto con l'oscurità del sottosuolo sono un'esplosione per gli occhi - è ben difficile capire che cosa succede davanti ai nostri occhi ed avere punti d'orientamento visivo. Vediamo e sentiamo delle macchine, ma non sappiamo bene che forma hanno o a che cosa servano, stessa cosa dicasi delle persone e dei luoghi, raramente vediamo i loro tratti somatici, li sentiamo parlare ma non riusciamo quasi mai a metterli in connessione con ciò che sta loro intorno ed alla fine neanche a capire nello specifico che lavoro nello stiano facendo. In questo senso, il film è un'opera che rifiuta l'informazione e l'aspetto educativo (diretto) del documentario o del cinema in genere, provare a dare un senso ed una forma a ciò che si vede non è il modo più corretto con cui affrontare questo lavoro. Aragane va esperito come una pittura astratta o informale in movimento, siamo al di là del narrativo ma anche al di là delle forme, a guidarci ed aspettarci al suo interno c'è una logica della sensazione ed un cinema che sembra parlarci dalla parte delle cose. [Matteo Boscarol]

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