Documentari giapponesi contemporanei

A cura di Matteo Boscarol

Il campo dei documentari giapponesi è tanto poco seguito quanto importante e sebbene le opere siano di difficile reperibilità riteniamo valga la pena almeno di segnalare la loro esistenza per vedere, o almeno tener presente, quella produzione cinematografica che di solito passa sotto il radar della critica e degli appassionati.

L'arte documentaria è importante anche per vedere come storie marginali, internazionali, personali o comunitarie contribuiscano a formare quel discorso che concorre a creare la contemporaneità del Giappone e per captare, nei migliori dei casi, le trasformazioni ed i cambiamenti che plasmano la società giapponese  e le vite dei suoi singoli abitanti.
Il documentario è anche un luogo privilegiato per ragionare sull'essenza dell'atto del filmare stesso con le sue implicazioni etiche e sociali e per gettare luce sul quel confine fluido e mutevole che divide fiction e documentazione storica e sociale.

Orozco el Embalsamador è un documentario - o se preferite uno «shockumentary» - realizzato da Tsurisaki Kiyotaka. Nato nel 1966, Tsurisaki si è “formato” come regista di video porno S&M, che - secondo le sue stesse parole - erano ambientati durante la guerra del Pacifico e vertevano sulle torture della Gestapo giapponese nei confronti di giovani studentesse spie (www.bizarremag.com).


La prima immagine di Nuclear Nation è il movimento di un’onda su una spiaggia. Poco dopo riempiono lo schermo i ciliegi in fiore.
Il documentario di Funahashi Atsushi (suo ultimo film Deep in the valley, del 2009), introduce così un’opera scandita dall’incedere delle stagioni, scelta che conferisce un forte senso di circolarità.


Continuiamo il nostro viaggio nel mondo del documentario giapponese per vedere come gli autori impegnati in questo genere abbiano reagito al disastro causato dal terremoto e dallo tsunami dello scorso 11 marzo.


Lo scorso autunno nella prefettura di Yamagata, situata nella zona occidentale del Tōhoku, nel corso del famoso festival internazionale del documentario si è tenuta una rassegna speciale che dopo pochi mesi dal terremoto ha raggruppato un numero considerevole di opere, ben 29, che del e sul disastro provavano a riflettere. Uno dei lavori che più ha riscosso i favori di spettatori ed addetti ai lavori è stato Fukushima: Memories of the Lost Landscape del giovane regista (classe 1979) Matsubayashi Yōju.


Documentario tratto dalle più di mille ore girate nel corso di un decennio da Ise Shinichi, Daijōbu è un lavoro che nella semplicità dei suoi mezzi tecnici, una videocamera digitale, si prefigge di portare sullo schermo l'esperienza del pediatra Hosoya Ryōta.


Arriva dal regista Fujiwara Toshifumi, premio CinemaAvvenire a Pesaro nel 2006 per We can't Go Home Again, uno dei documentari più interessanti, almeno fino ad ora, che riflettono sul disastro che ha colpito il Giappone lo scorso 11 marzo.

Quest'anno sono esattamente 50 anni da quando, dopo la fine della lunga occupazione americana a seguito del secondo conflitto mondiale, lo stato giapponese ha firmato il trattato conosciuto come ANPO, contrazione in lingua giapponese del "Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza Nippo-Americano".


In un periodo in cui l'incidente di Fukushima sembra aver aperto non solo gli occhi della gente sui reali rischi del nucleare ma, in modo forse ancora più drammatico, ha divelto la scatola degli orrori dove si formano le strutture e le relazioni che tengono insieme politica, economia, media e concentrazioni oligarchiche, il genere documentario finisce per acquisire necessariamente ancora più forza ed attenzione.


Un giovane attivista/filmmaker di sinistra decide di ascoltare, pur non condividendole, le idee e le opinioni del leader della Issuikai, la nuova destra giapponese extraparlamentare.


Ventinove anni sono una vita. La società, le culture  e le persone cambiano e si evolvono in un lasso di tempo così lungo. Ebbene, privare una persona di questa ricchezza, di questa abbondanza, anche drammatica, di vita è un crimine imperdonabile.


Sona the Other Myself è l’ideale seguito di Dear Pyongyang (2005) in cui la zainichi (come sono chiamati i figli di immigrati coreani residenti in Giappone) Yang Yong-hi raccontava, nella forma del documentario, la vita del padre, militante a sostegno della Repubblica Popolare Democratica di Corea.


I film di Kawase Naomi tendono sempre a dividere il pubblico. C'è chi adora la sua produzione e chi non riesce a mandare giù il suo stile ed il suo approccio alla settima arte, sia essa documentario o fiction. 


Era inevitabile che una tragedia di proporzioni apocalittiche come il triplice disastro dell'11 marzo giapponese innestasse la voglia di filmare e indagare. Come successe dopo il secondo conflitto mondiale, sono molti i documentari usciti dall'arcipelago giapponese in questi sette mesi che ci separano dal terremoto e che in forme e modi diversi cercano di raccontare, presentare e rappresentare l'immane catastrofe che ha colpito il nord del paese.


Cerca recensione

Sonatine

Appunti sul cinema giapponese contemporaneo

Questo portale raccoglie recensioni critiche di film e documentari giapponesi realizzate da un gruppo di appassionati.

Area Riservata