Belgrade 1999 (ベオグラード1999)

Regia di Kaneko Yū Di 26 Giugno 2011

Un giovane attivista/filmmaker di sinistra decide di ascoltare, pur non condividendole, le idee e le opinioni del leader della Issuikai, la nuova destra giapponese extraparlamentare.

Belgrade 1999 (ベオグラード1999). Regia, soggetto, fotografia, suono, montaggio: Kaneko Yū; produzione: Belgrade 1999 Seisaku Iinkai; distribuzione: genshi-sya; durata: 80'; uscita: 27 novembre 2010.

PIA: Commenti: 5/5   All'uscita delle sale: 95/100

Un giovane attivista/filmmaker di sinistra decide di ascoltare, pur non condividendole, le idee e le opinioni del leader della Issuikai, la nuova destra giapponese extraparlamentare. Lo stesso regista, spingendosi ancor più in là, decide poi di seguirlo con una videocamera nei suoi spostamenti fino nella Belgrado di fine millennio dove incontra militari, generali e politici delle destre dei Balcani impegnati a riciclarsi nel nuovo ordine. Il tutto con in sottofondo, tema appena toccato ma ricco di suggestioni creative, il suicidio, avenuto nel 2006 della fidanzata del regista, attivista e importante membro della Issuikai. Sembra la trama di una improbabile fiction ma è in realtà la struttura portante di un documentario "personale" e opera d'esordio di Kaneko Yū (anche critico/scrittore cinematografico). Un documentario che miscela aspetti personali con elementi sociali e politici e che si colloca in quel filone giapponese del self-documentary che ha in alcune opere di Kawase Naomi, Hara Kazuo e Matsue Tetsuaki (autore di un libro dal titolo proprio "Serufu dokyumentarii") i lavori più conosciuti, ma il cui inizio potremmo indicare (ogni inizio è una finzione) nel 1975 con Nichibotsu no insho (Impressions of a Sunset) di Suzuki Shiroyasu. Per chi desiderasse approfondire il "genere", l'analisi di Hisashi Nada ci sembra fondamentale.

 
Ritornando a Belgrade 1999, èstato assemblato e completato nel 2009 quando Kaneko decide forse, è questa una nostra supposizione, di affidarsi al potere soteriologico dell'opera cinematografica per completare quella rielaborazione del lutto così necessaria affinchè il tempo possa tornare a scorrere come vita. Il regista infatti riprende vecchie cassette che aveva registrato dal 1999 al 2001 quando comincia ad interessarsi alla Issuikai e specialmente al suo leader, Kimura Mitsuhiro. Mettendole insieme e aggiungendo nelle parti più importanti un commento fuori campo crea un documento/narrazione sul pensiero e la sete di affermazione della nuova destra. A scanso di equivoci e benche' l'approccio del regista, anche se molto critico, sia spesso troppo dolce verso la Issuikai, va detto che l'immagine del gruppo che ne viene fuori è assai deprimente. Su tutto, il numero dei membri, 3000 in tutto il Giappone, e dei partecipanti alle varie manifestazioni. In una scena di protesta che vediamo nel film, colpisce non tanto la stantia retorica delle vuote parole ( "patria", "nazione") ma appunto l'esiguo numero dei partecipanti  che dire una ventina sarebbe già esagerato. Dalle manifestazioni anti-americane si prosegue poi verso Belgrado, dove Kimura incontra i "capi" o le persone che contano nelle destre nazionaliste del posto, politici e generali che all'epoca dei filmati (1999) dichiaravano ancora che i massacri e lo strerminio etnico erano solo frutto di propaganda e mirata disinformazione. E' questa la parte politicamente più intrigante dove la videocamera segue da vicino le mosse e i desideri di grandezza di Kimura, un occhio privilegiato anche per vedere come nascono e di che si nutrono certe alleanze destrorse nel mondo.  Non si deve pensare però ad un documentario prettamente politico, distaccato ma è più come un occhio lasciato galleggiare nelle acque del nuovo/vecchio nazionalismo sia giapponese che ex-yugoslavo del periodo. Anche se molti commenti fuori campo del regista sono assai critici, tanto che alla fine definirà  parole e concetti quali "patria e nazione" delle finzioni, la videocamera è come fosse parte interna dei processi che ci mostra. 
Qui sta il senso di disagio che si prova a vedere le immagini, non si percepisce cioè una netta presa di distanza ( delle immagini) dal soggetto che presenta ed è forse per questa ragione che il documentario è stato proiettato sì in teatri indipendenti a Tokyo e Osaka, ma è anche vero che non ha trovato altri sbocchi nel giro degli art-theater nipponici. 
Paradossalmente in questo suo sporcarsi le mani più del necessario, ancora oggi le (poche) proiezioni sono seguite da un battle talk fra esponenti della Issuikai ed intellettuali dell'area di sinistra, in questo suo essere disturbante soprattutto a sinistra quindi, risiede uno dei punti più interessanti del film. Altro pregio dell'opera è poi la già citata struttura stessa del film, il suo essere self-documentary che prova come un intimo diario, se non a spiegare, almeno a presentare l'abisso e le ragioni del suicidio dell'amata. La sua presenza/assenza lieve, quasi  diafana nel film, è' il gorgo da cui "Belgrade 1999" scaturisce. Significative a questo proposito sono le pochissime scene in cui compare, sempre bellissima e tirata e quasi assorta in un'altra dimensione.
Difficile dare un voto ed esprimere giudizi che non siano fluttuanti ad un lavoro del genere: un diario allo stesso tempo reale e mentale dove, come nei migliori casi di self-documentary, a essere messo in discussione è prima di tutto il cinema stesso e la posizione dell'opera cinematografica nella contemporaneiità, con l'eccedenza di significati e di possibilità che il "semplice" atto di filmare porta con sé. [Matteo Boscarol]

 

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