Autoreiji (アウトレイジ, Outrage)

Regia di Kitano Takeshi Di Genji 29 Ottobre 2010

Ho visto Outrage subito dopo Thirtheeen Assassins di Miike. Un fatto che, probabilmente, mi ha condizionato non poco.

OutrageAutoreiji (アウトレイジ, Outrage). Regia, sceneggiatura: Kitano Takeshi; fotografia: Yanagijima Katsumi; scenografia: Isoda Norihiro;  montaggio: Kitano Takeshi, Ota Yoshinori; musica: Suzuki Keiichi; interpreti: Kitano Takeshi, Shiina Kippei, Kase Ryo, Miura Tomokazu; produzione: Office Kitano, Bandai Visual, TV Tokyo, Omnibus Japan; 109’; 12 giugno 2010.

Festival di Cannes 2010 – In concorso

PIA: Commenti 4,5/5  All’uscita delle sale:  70/100

Link: Sito ufficiale - a page of madness [Nicholas Vroman] (Inglese) - The Japan Times [Mark Schilling] (Inglese) - Movieplayer.it [Antonio Cuomo] (Italiano) - MYmovies.it [Gabriele Niola] (Italiano)

Ho visto Outrage subito dopo Thirtheeen Assassins di Miike. Un fatto che, probabilmente, mi ha condizionato non poco. In questi ultimi anni, qualcuno di più per Kitano, i due registi hanno conosciuto una nuova fase della loro carriera, per molti aspetti non forse la migliore. Ma se Miike, ahimé, sembra aver scelto la via dei blockbuster, contraddicendo  quel ‘cinema  proletario’, indipendente e irriducibile, che lo aveva reso grande, riuscendo però così a catturare un’audience più vasta ma anche diversa da quella cui era abituato,  Kitano, quasi in un movimento contrario e autolesionista, sembra aver sbattuto la porta in faccia a quel pubblico (e a quella critica) che ne avevano fatto una delle maggiori icone cinematografiche degli anni Novanta. Dopo la trilogia autoriflessiva (ma anche metaforica dell’intero rapporto di un paese con la cultura occidentale e del legame fra arte e vita) di Takeshis’, Glory to the Filmmaker e Achilles and the Tortoise (quest’ultimo, per me, uno dei suoi film migliori), Outrage è stato lanciato come il ritorno al cinema yakuza e quindi, almeno nelle aspettative, al vecchio Kitano, ma, presentato a Cannes, il film è stato accolto con molta freddezza e implicita delusione. Il fatto è che Outrage non fa sconti a niente e a nessuno. E soprattutto non cerca di piacere (qui la differenza con l’ultimo Miike: addirittura, per certi aspetti, Outrage ricorda l’asprezza di alcuni dei vecchi film di Miike). Qui non ci sono yakuza che si comportano come dei ragazzi (Sonatine), mogli malate terminali cui regalare, costi quel che costi, un ultimo viaggio prima della morte (Hanabi)  o ragazzini da accudire e accompagnare in un viaggio di formazione (L’estate di Kikujiro): non ci sono in altre parole momenti di tenerezza, né personaggi coi quali provare comunque, di là dalla loro brutalità, un minimo d’empatia. Tutto in Outrage tiene lo spettatore sulla porta, a debita distanza. Il ritratto del mondo della yakuza (che è anche una metafora del Giappone contemporaneo, e non solo di quel paese) è crudele e impietoso. Forse ancor più di quanto non lo fosse nel cinema di Fukasaku, che già aveva fatto piazza pulita di tutti gli stereotipi sui codici d’onore e sul senso di lealtà, ma che in parte manteneva ancora un certo umanismo di fondo (pur ridotto al lumicino), anche solo nel sentimento di consapevole disperazione vissuto almeno da alcuni dei suoi protagonisti. Nei film di Fukasaku si provava ancora della pietà (anche se verso dei mostri), in Outrage non c’è nemmeno più quella. Film ostico, duro come una pietra (anche l’humor è spesso così nero e grottesco da non alleviare la ‘fatica’ della visione), Outrage è un film da meditare e rivedere. Non so se bello o no, per questo non gli attribuisco un voto, ma certamente la testimonianza di un’irruenza autoriale che in un sistema come quello giapponese è già di per sé meritevole di sonori applausi. [Genji - 15th Pusan Film Festival ottobre 2010].

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