Eri Eri Rema Sabakutani? (エリ・エリ・レマ・サバクタニ, My God, My God, Why Hast Thou Forsaken Me?)

Regia di Aoyama Shinji Di 10 Agosto 2012

Ottobre 2015. Mizui e Asahara, musicisti di noise music, camminano indossando maschere antigas sulla spiaggia. Asahara ha in mano un grande microfono professionale e un registratore per captare i suoni e i rumori ambientali, le onde, gli uccelli, il vento. Arrivano nei pressi di alcune capanne fatte di stracci e legno e trovano un paesaggio di abbandono e desolazione

ELI ELI LEMA SABACHTANIEri Eri Rema Sabakutani? (エリ・エリ・レマ・サバクタニ, My God, My God, Why Hast Thou Forsaken Me?). Regia e sceneggiatura: Aoyama Shinji. Fotografia (colore): Tamura Masaki. Scenografia: Shimizu Takeshi. Musica: Kikuki Noboyuchi, Nagashima Hiroyuki. Costumi: Ogura Hisano, Shinozuka Nami. Suono: Ogawa Takamatsu, Okawa Masayoshi. Interpreti e personaggi: Asano Tadanobu (Mizui), Miyazaki Aoi (Hana), Okada Mariko (Navi), Nakahara Masaya (Asuhara), Tsutsui Yasutaka (Miyagi), Toda Masahiro (Natsuishi), Tsurumi Shingo (Kazemoto), Kawazu Yusuke (Miyazawa), Oda Erika (Eriko). Direttore di produzione: Nakamura Tetsuya. Produzione: Sentō Takenori, Sato Kumi, per Rumble Fish, Tokyo FM Broadcasting Corporation, Video Audio Project. Distribuzione: Exception Wild Bunch. Durata: 107'. Uscita nelle sale giapponesi: 28 gennaio 2006.

Presentato al Festival di Cannes nel 2005 nell’ambito della sezione Un certain regard.

Ottobre 2015. Mizui e Asahara, musicisti di noise music, camminano indossando maschere antigas sulla spiaggia. Asahara ha in mano un grande microfono professionale e un registratore per captare i suoni e i rumori ambientali, le onde, gli uccelli, il vento. Arrivano nei pressi di alcune capanne fatte di stracci e legno e trovano un paesaggio di abbandono e desolazione. Tra gli utensili sparsi sulla sabbia si intravvede un uomo morto, mentre le tracce di sangue all’interno di una capanna ci fanno capire che quel luogo è stato teatro di una violenza di cui ancora non conosciamo i dettagli. I due, però, non si scompongono, sembrano preparati a questo tipo di macabra scoperta e continuano a registrare il ronzio delle mosche sui cibi, il rumore di una scatola di latte che cade. Più tardi scopriamo che sono alla continua ricerca di suoni e vibrazioni insolite da usare durante le loro performance ad altissimo volume, in cui i rumori registrati si mescolano a quelli degli strumenti e di oggetti creati per emettere suoni. Vivono in una piccola casa di legno lontana dalla città e frequentano la locanda di Navi, una donna piena di ironia, rimasta sola dopo che tutta la sua famiglia è stata colpita dalla sindrome di Lemming. In realtà il mondo intero è afflitto da questo virus, una sorta di improvvisa follia che porta la gente a suicidarsi, e che ha già causato migliaia di morti.
Contemporaneamente, il ricco uomo d’affari Miyagi assume Toda, un investigatore privato perché trovi un antidoto al virus (che ha già sterminato i componenti della sua famiglia), con l’unico scopo di salvare Hana, la nipote sopravvissuta, che, tuttavia, sembra aver perso interesse per la vita. Le loro ricerche li conducono proprio da Mizui e Asahara: secondo alcuni studi scientifici, infatti, pare che la loro musica, suonata ad altissimo volume, abbia effetti straordinari su chi la ascolta, rendendoli immuni al virus. Miyagi si rivolge così a loro, i quali, però, accolgono la richiesta con molto scetticismo. Si apprende da un flashback che lo stesso Mizui ha assistito al suicidio della donna amata, spingendolo a pensare che il mistero di tutte quelle morti sia proprio contenuto nella musica. La sera stessa troverà Asahara impiccato nella sua camera. L’insistenza del vecchio, però, lo spinge a prendere in considerazione le sue richieste. Dà loro appuntamento in un ampio prato dove suonerà i suoi strumenti a volume altissimo. Hana, con gli occhi bendati, dovrà semplicemente ascoltare e cercare di spostarsi fino a trovare il luogo giusto per fermarsi. La cura sembra avere effetto e la giovane, nei giorni successivi, dimostrerà di aver ritrovato l’amore per la vita. L’autunno, intanto, sta per finire e la prima neve annuncia l’arrivo dell’inverno.

Il titolo, in aramaico, è tratto dalle parole iniziali del Salmo 22 dell’Antico Testamento, pronunciate da Davide in un momento di sconforto per l’assenza di Dio, e poi riprese nel Nuovo Testamento (nel Vangelo di Matteo) come l’invocazione al Padre da parte di Cristo morente sulla croce. Una scelta netta fin dall’inizio, dunque, per Aoyama Shinji che affronta in questo film i temi a lui cari della vita, della purezza della morte e del dolore per essa. Il punto di partenza, però, è mediato (e in parte stemperato) dall’uso del genere, la fantascienza, che assolve il compito di stabilire una distanza necessaria tra lo sguardo e il suo oggetto. Al centro del discorso, però, non è tanto l’idea apocalittica del mondo (come, invece, nel precedente Eureka), quanto la ricerca di frammenti di vita e di speranza nella stessa forma percettiva dell’uomo. Per questo i due protagonisti analizzano e studiano il suono: scoprire i suoi misteri per loro è come comprendere il processo che porta i suoni a farsi in qualche modo pensiero.
Aoyama fonde gli strati della percezione alla ricerca di nessi di congiunzione tra i sensi: studia l’immagine nel suo contesto sonoro, nelle “vibrazioni” tattili che produce, e, infine, così trascinate nel mondo fisico, le osserva mentre cercano espressione visibile passando dentro i corpi e provocando in loro cambiamenti e reazioni. Un percorso circolare che asseconda il racconto di un mondo del futuro prossimo, decimato da uno strano virus. Chi ne è colpito perde desiderio per la vita e si suicida, senza possibilità di previsione né di essere fermato. La ripetizione del gesto del suicidio instaura una sorta di ritmo interno, visibile, che però un’interferenza sonora può disturbare e, quindi, deviare. L’idea di Mizui e Asuhara (quest’ultimo interpretato dal musicista Nakahara) è proprio questa: cercare il suono che può far guarire dal male e ripeterlo, amplificarlo, dilatarlo, diffonderlo nel vento. E alla fine mostrare l’attimo della guarigione di una ragazza, non a caso, bendata. Questo suono lo cercano nei rumori del mondo, nel flusso delle cose, nell’acqua e negli alberi, nella vita e nella morte. Con i loro microfoni registrano i lamenti inascoltati di chi si è lasciato morire, forse cercano l’attimo in cui il virus ha avuto il sopravvento, quella frazione di tempo necessaria a compiere un gesto. Quale suono avrà prodotto? Quali tracce ha lasciato nell’aria? Registrare tutto per poi riascoltarlo e rielaborarlo sembra essere il loro scopo, fino a raggiungere la purezza di un segno che, solo in ultima istanza, trascende la fisicità e, come la musica rock, salva la vita.

Aoyama moltiplica lo sguardo spezzando la narrazione in un montaggio insolitamente frammentato e svelto. Non più piani sequenza legati insieme in una dimensione temporale che si allunga, ma inquadrature brevi, che sembrano inseguire un tempo più disordinato e per questo enigmatico. La sperimentazione passa attraverso la scarna essenzialità di un linguaggio più volte allusivo e composito, anche nel senso dei meccanismi che mette in moto. Si è spinti a cercare i rumori con gli occhi, a vedere non tanto la fonte dell’emissione sonora quanto il suo percorso e la sua trasformazione, dal momento in cui nasce, elabora/pensa se stessa, fino alla sua fusione, seppur individualista, nell’intero campo sonoro. Più facile da dimostrare che da dire: basti pensare allo strumento creato innestando dei tubi flessibili nell’anima metallica di un ombrello. Fatto ruotare, emette sibili che assomigliano all’oggetto da cui provengono, due corpi che si intersecano e convergono non già in senso spaziale, o fisico, o temporale, ma in tutte e tre le direzioni, più percorsi del puro pensiero per rendere possibile il movimento. Alla fine, però, vincono il silenzio e il vuoto. Il paesaggio prende il sopravvento e i colori freddi trovano una sorta di mediazione nei rossi improvvisi che attraversano velocemente le inquadrature. L’autunno di morte si stempera lentamente nei pochi fiocchi di neve, nelle lievi note di sottofondo e in un pensiero leggero, da cui tutto può ricominciare. [Grazia Paganelli]

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