Raiō (雷桜, The lightning Tree)

Regia di Hiroki Ryūichi Di Genji 25 Novembre 2010

Hiroki ce l’ha messa tutta per cercare di arrivare al grande pubblico – il che di per sé potrebbe anche non essere una colpa – gettando però alle ortiche buona parte del suo precedente lavoro.

The Lightning TreeRaiō (雷桜, The lightning Tree). Regia: Hiroki Ryūichi; soggetto: dal romanzo di Ueza Mari; sceneggiatura: Tanaka Sachiko, Katō Masato; fotografia: Nabeshima Atsuhiro; scenografia: Heya Kyoko; montaggio: Kikuchi Junichi; musica: Ohashi Yoshinori; interpreti: Aoi Yū, Okada Masaki, Kōra Kengo, Oosugi Ren; produzione: The Lighting Tree Production; 133’; 22 ottobre 2010.

Link: Asian Media Wiki - Japan Times (Mark Schilling)
PIA: Commenti: 3/5 All’uscita delle sale: 57/100

1 stella

La carriera di Hiroki Ryūichi che dal mondo del softcore è poi transitata a quella del cinema d’autore indipendente (Tokyo Trash BabyVibrator, It’s Only Talk), dipingendo ritratti di desolate esistenze femminili sull’orlo del precipizio e in fuga da se stesse, facendone uno degli autori di maggior rilievo dell’ultimo cinema giapponese, è negli anni più recenti approdata a un cinema più commerciale, che si è via via addomesticato sino ad arrivare al recente successo di pubblico di April Bride. Non so quali siano gli incassi di The Lightning Tree, presentato in anteprima mondiale al festival di Pusan e uscito nelle sale da meno di un mese, ma è certo che Hiroki ce l’ha messa tutta per cercare di arrivare al grande pubblico – il che di per sé potrebbe anche non essere una colpa – gettando però alle ortiche buona parte del suo precedente lavoro. Dei suoi film più riusciti, rimane solo una certa attenzione a personaggi che vivono un rapporto di dissociazione ed emarginazione con la realtà, attenzione che questa volta si stempera in un melodramma d’epoca Edo, che narra la storia dell’amore impossibile fra il ricco erede di un importante casato e una giovane donna che vive col ‘padre’ nei boschi di una montagna. Immaginatevi gli stereotipi e i luoghi comuni di una storia del genere e sarete certi di ritrovarli nel film, a partire dal pettine della ragazza che l’uomo terrà ancora fra le mani nel momento della sua morte, quando, ovviamente, pronuncerà il nome di lei un’ultima volta. Certe scene, la corsa dei due in groppa a un unico cavallo, sembrano degli spot pubblicitari. Altre, come l’incontro durante un matsuri, hanno il sapore di un videoclip, e qui le cose un po’ meglio vanno. Di certo, però, non bastano un po’ di effetti postmoderni, un bacio filmato con continui scavalcamenti di campo e qualche movimento di macchina a mano a cancellare l’impressione di essere davanti a un film vecchio, fatto di una storia, personaggi e situazioni così scontati e insopportabilmente lacrimevoli, cui persino un veterano come Yamada Yōji più non cede. Le uniche lacrime che vale la pena di versare per questo film sono quelle causate dal pensiero di ciò che era sino  a pochissimi anni fa il cinema di Hiroki e che ora non è più. [Genji – 15th Pusan International Film Festival ottobre 2010]

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