Kantai (歓待, Hospitalité)

Regia di Fukada Kōji Di 20 Luglio 2011

Sullo sfondo di un piccolo mondo xenofobo, dove si organizzano ronde di cittadini per proteggere il quartiere dalla piccola criminalità, della quale, soprattutto, sono sospettati gli stranieri, la famiglia Kobayashi conduce la propria esistenza quotidiana.

 
HospitaliteKantai (歓待, Hospitalité). Regia e sceneggiatura: Fukada Kōji. Fotografia: Negishi Ken’ichi. Scenografia: Suzuki Kensuke. Musica: Kataoka Yusuke, Yabu Kumiko. Suono: Shingaki Ippei.  Interpreti: Yamauchi Kenji, Sugino Kiki, Furutachi Kanji, Bryerly Long. Produzione: Fukada Kōji e Sugino Kiki per Atom X, Seinendan, Wa Enterteinment. Durata: 96’. Uscita in sala: 23 aprile 2011.
 
Link: Mark Schilling (The Japan Times) - Nicholas Vroman (a page of madness) - Slant Magazine - YNOT at the Movies
PIA: Commenti: 4/5   All'uscita delle sale: 80/100

3-stelle

Sullo sfondo di un piccolo mondo xenofobo, dove si organizzano ronde di cittadini per proteggere il quartiere dalla piccola criminalità, della quale, soprattutto, sono sospettati gli stranieri, la famiglia Kobayashi conduce la propria esistenza quotidiana.

Poiché, anche in Giappone, i costumi cambiano, quella dei Kobayashi è una famiglia, per così dire, al passo coi tempi. Mikio è, infatti, al suo secondo matrimonio, quello con la giovane Natsuki, e, insieme, i due badano alla piccola Eriko, figlia di primo letto. La vita della famiglia, che ospita anche la sorella di Mikio, Seiko, si svolge senza particolari sobbalzi, sino a che non sopraggiunge il misterioso Kagawa, che finirà con l’introdursi nel mondo dei Kobayashi, provocandone un vero e proprio sconvolgimento (un po’ come in Teorema, Kazoku game e Visitor Q). L’uomo, insieme alla sedicente moglie, la bionda occidentale Annebelle, porterà a galla le contraddizioni che segnano la vita della coppia, quelle di ogni coppia, e, insieme, quelle del mondo xenofobo in cui vivono. Mikio sarà sedotto da Annebelle e Natsuki, intuito il tradimento del marito,  trascorrerà una notte insieme a un giovane motociclista rockettaro, cliente della tipografia gestita dal consorte. Film di sceneggiatura, più che di regia, Kantai trova i suoi momenti più efficaci nella progressiva presa di potere di Kagawa all’interno del mondo dei Kobayashi. Scoperto l’adulterio del marito e resosi conto che Natsuki sottrae alle casse della tipografia del denaro, per aiutare un fratellastro allo sbando, l’uomo tiene di fatto in pugno la situazione e può così poco alla volta imporre il suo volere. Nella parte conclusiva, il film si stacca dal realismo quotidiano iniziale per assumere una dimensione più allegorica. Kagawa impone nella casa dei Kobayshi la presenza di decine di immigrati – con buon sconcerto del vicinato che vede così materializzarsi la minaccia più temuta – i quali finiscono di fatto col mandare avanti il lavoro in tipografia, relegando marito e moglie al ruolo di nullafacenti. L’aspetto più sorprendente di Kantai sta proprio nella rappresentazione di questa sorta di comunità di immigrati, così ordinata, discreta e disponibile da sembrare appartenere al mondo delle favole più che a quello della realtà. Il film raggiunge il suo climax nella festa che gli immigrati organizzano a sorpresa per il compleanno di Natsuki: festa che da una parte provocherà il risolutivo confronto fra moglie e marito, e dall’altra l’irruzione della polizia, e il conseguente fuggi fuggi degli immigrati privi di un regolare permesso di soggiorno. A Mikio e Natsuki non rimarrà che mettersi a pulire la casa, entrando ed uscendo di campo da un’inquadratura fissa sul pappagallino in gabbia che Natsuki ha comprato per Eriko, dopo che, all’inizio del film, quello precedente se ne era volato via. Messa fra parentesi dalla scomparsa e dal ‘ritorno’ dell’uccellino, momenti che segnano l’avviarsi di una crisi e la sua possibile  risoluzione, la vicenda di Kantai – pur con un finale leggermente più sospeso – è molto vicina ai modelli della comedy of remarriage hollywoodiana, infusa però da personaggi e situazioni tipicamente giapponesi, che le conferiscono una vivacità squisitamente glocal. [Dario Tomasi]

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