Chi to hone (血と骨, Blood and Bones)

Regia di Sai Yōichi Di 25 Giugno 2012

1923: una nave carica di coreani in fuga dall'isola di Jeju si avvicina al porto di Osaka. Fra loro c’è il giovane Kim Shun-pei. 1945: il piccolo Masao, figlio di Shun-pei, ha nove anni. Nel quartiere-ghetto dei coreani residenti in Giappone, gli studenti inneggiano all’indipendenza della Corea. Dopo un certo periodo di assenza, Shun-pei rientra a casa, stupra la moglie e malmena il fratello.

BloodandbonesChi to hone (血と骨, Blood and Bones).  Regia: Sai Yōichi. Soggetto: da un romanzo di Yan Song-il. Sceneggiatura: Sai Yōichi, Tei Yoshinobu. Fotografia (colore): Hamada Takeshi. Scenografia: Isomi Toshihiro. Montaggio: Okuhara Yoshiyuki. Musica: Iwashiro Tarō. Interpreti e personaggi: Kitano Takeshi (Kim Shun-pei), Suzuki Kyōka (Lee Yong-hee), Arai Hirofumi (Kim Masao), Tabata Tomoko (Kim Hanako), Odagiri Jō (Park Takeshi), Matsushige Yutaka (Ko Nobuyoshi), Hamada Mari (Toritani Sadako), Nakamura Yūko (Yamanashi Kiyoko), Kitamura Kazuki (Motoyama Yoshio), Kashiwabara Shūji (Jang San-myung), Terajima Susumu (Park Hee-bom), Itō Atsushi (Yong-il, il giovane Kim Shun-pei), Tadano Miako (Kim Chun-mi), Nakamura Mami (Otani Sanae). Produzione: Enoki Nozomu, Nakajima Takehiko, Wakasugi Masaaki per Be-Wild, Artist film, Toshiba Entertainment, Eisei Gekijo, Xanadu. Durata: 144'. Data di uscita nelle sale giapponesi: 6 novembre 2004.

Hochi Film Award 2004: Miglior regista.  Japanese Academy Prize 2005: Miglior regista, Migliore sceneggiatura, Miglior attrice protagonista (Suzuki Kyōka), Migliore attore non protagonista (Odagiri Jō). Kinema Junpo Award 2005: Miglior regista, Migliore sceneggiatura. Mainichi Film Concours 2005: Miglior film.

Presentato in anteprima mondiale al Pusan International Film Festival (9 ottobre 2004). Altri festival: Deauville, Frankfurt Nippon Connection, La Rochelle, München, Helsinki, Hong Kong, Rotterdam.

1923: una nave carica di coreani in fuga dall'isola di Jeju si avvicina al porto di Osaka. Fra loro c’è il giovane Kim Shun-pei. 1945: il piccolo Masao, figlio di Shun-pei, ha nove anni. Nel quartiere-ghetto dei coreani residenti in Giappone, gli studenti inneggiano all’indipendenza della Corea. Dopo un certo periodo di assenza, Shun-pei rientra a casa, stupra la moglie e malmena il fratello. Il suo unico interesse è il denaro. Aperta una fabbrica di kamaboko, un cibo giapponese a base di pesce, Shun-pei schiavizza i suoi dipendenti. Un figlio, nato in seguito ad uno stupro, è accolto in casa, ma presto cacciato, dopo un durissimo scontro. Intanto, fra i giovani nippo-coreani del ghetto si diffondono gli ideali comunisti. Una vedova di guerra, Kiyoko, amante di Shun-pei, si ammala di cancro. L’uomo, intanto, si è dato al redditizio business dell’usura e tutti lo temono. Un giorno Shun-pei malmena la figlia, Hanako, spingendola ad un tentativo di suicidio. Masao, ormai cresciuto, per vendicare la sorella, attacca il padre e tenta inutilmente di accoltellarlo in un bagno pubblico. Hanako, per sfuggire al genitore, sposa un uomo che non ama. Kiyoko è dimessa dall'ospedale e un debitore perseguitato da Shun-pei si suicida. Sadako, la badante di Kiyoko, diviene la concubina di Shun-pei e gli darà un figlio maschio. Quando Masao vede il padre soffocare Kiyoko con un cuscino, forse con l’intenzione di alleviarne le sofferenze, l’odio nei suoi confronti raggiunge il culmine. Il giovane abbandona la famiglia, ma sarà presto costretto a tornare, a causa del tumore della madre, cui Shun-pei rifiuta di pagare le spese mediche. Il marito di Hanako rimprovera alla donna la natura maligna della sua famiglia. Hanako cerca rifugio dal fratello che però la respinge, conducendola al suicidio, fatto che suscita un tardivo pentimento nello stesso Masao. Durante la veglia funebre, Shun-pei provoca una rissa, che gli causerà seri danni fisici. Segnato dalla vecchiaia, respinto dalla famiglia, venduti i propri crediti alla yakuza, dopo il funerale della moglie, Shun-pei va in cerca di Masao che, nel corso del loro ultimo incontro, lo rinnegherà. Preso con sé il figlio avuto da Sadako, l’uomo parte per la Corea del nord, dove, dopo aver dato via tutti i suoi averi, morirà in povertà. Sarà il figlio a scavare per lui una fossa nel gelido inverno.      

 
Blood and Bones non è solo la parabola, dal sapore verghiano, di un reietto affamato di potere, destinato a vivere da povero, nonostante la sua ricchezza, e a morire abbandonato in seguito ad un egoismo ostinato, aggressivo e spietato. Così come non è solo il ritratto storico, dalle tinte autobiografiche, della vita della vasta comunità coreana residente in Giappone.  Questo film di Sai Yōichi, affermato regista di origini coreane, parte da tali presupposti per mettere in scena un dramma individuale e collettivo, dalla forte carica espressiva e dall’articolato impianto narrativo, in cui assumono un ruolo di primo piano la ricostruzione storica, la scenografia, la fotografia e, soprattutto, l’interpretazione di Kitano.
La forte connotazione storica è un elemento distintivo della pellicola, che tende a ritrarre dettagliatamente le fasi dello sviluppo democratico, le ragioni della lotta e di quegli ideali attraverso cui si delinea accuratamente una storia comune, che lega in maniera indissolubile la Corea e il Giappone.
La parte iniziale del film, pur rappresentando i rapporti fra l’imperialismo nipponico e le aspirazioni indipendentiste della Corea, è filtrata dalla prospettiva di Masao, un bambino, più interessato a concentrarsi sulla sfera privata; un semplice osservatore figlio di una cultura meticcia e ghettizzata, ma ancor più di una soffocante condizione familiare che ne è il riflesso. Se la storia del film tratteggia, da una parte, il suo contesto storico attraverso i cambiamenti che si verificano fino agli anni Ottanta, passando per le inevitabili tappe della guerra mondiale e di quella civile coreana, dall’altra, nella sfera individuale, la violenza s’impone sin dalle prime battute, in particolare, attraverso il personaggio del padre, l’istintivo e burbero Shun-pei,  che esaspera il tipico cinismo di Kitano, qui più truce e autodistruttivo che mai, interamente spogliato del suo umorismo. L’uomo è espressione di una malata concezione patriarcale restituita nelle sue più accentuate distorsioni e perversioni. Le donne sono per lui oggetto di piacere e macchine riproduttive, da violentare e uccidere, da lasciar soffrire, come accade per la moglie a cui non vuole pagare le cure. Chiunque è per lui una potenziale minaccia alla propria supremazia e al proprio denaro, dal dipendente al debitore, dal figlio all’amante di turno.
Alla forte caratterizzazione del personaggio, cui non poco contribuisce la voce narrante, corrisponde una curatissima fotografia che impiega tinte tenui e un’illuminazione soffusa negli interni, finalizzate a rievocare un’atmosfera d’epoca, a cui contribuisce anche la rassegna di istantanee ricostruite che sfilano sui titoli di coda. L’ambientazione è valorizzata nella cura del dettaglio scenografico, nei piani medi fissi e nei calibrati movimenti di macchina, che tracciano le geometrie e le profondità delle vie del ghetto, come degli interni, con le cui architetture la figura umana si relaziona costantemente. Lo spazio rispecchia la stessa aggressività che regola le relazioni interpersonali: le fragili pareti nascondono il denaro che è causa di un arduo duello; le porte e le finestre si frantumano e i corpi feriti finiscono in strada, magari dall’interno di una stanza danneggiata a colpi di mazza, in un mutuo tentativo di vendetta, come quello fra Masao e suo padre.
La struttura episodica permette di dosare l’azione e lo sviluppo drammatico, in un intreccio dal carattere ellittico che traccia l’ascesa e la caduta di un antieroe tragico, le cui dinamiche narrative sono elaborate attraverso la soggettività del figlio, il quale interpreta le devianze e gli eccessi paterni, restituendo, in una linearità narrativa ricca di eventi, la compattezza del racconto. Nel microcosmo rappresentato proliferano, infatti, tensioni e accadimenti turbolenti, si accumulano i conflitti e le torbide vicende: il presagio della morte e l’incombere della sua contingenza sottende l'intera trama, per raggiungere il suo apice nella toccante indifferenza della scena di chiusura. Con la stessa distanza straniante con cui Kim Shun-pei ha guardato alla sofferenza degli altri, il film lo osserva morire mentre il ragazzo, poco distante, si preoccupa solo di mangiare. L’inserto visivo dell’incipit in cui la nave si avvicina ad Osaka, terra di speranza ed esilio, punto di incontro fra la storia individuale e quella collettiva, fra il Giappone e la Corea, si ripropone proprio nel momento estremo di Shun-pei in quanto sua immagine mentale, come a sancire lo scopo di una vita e ad incorniciare il racconto, che è, anche, l’incontro fra un padre, la sua solitaria storia, e il figlio, che di essa si fa narratore. [Davide Morello]

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