Porunosutā (ポルノスター, Pornostar)

Regia di Toyoda Toshiaki Di 05 Dicembre 2012

Girovagando solitario per i quartieri di Tokyo, il giovane Arano si scontra in Kamijo un aspirante yakuza arrogante e riottoso. Tra i due implode una contesa che si spegne ancor prima di nascere e, poco dopo, il malavitoso raggiunge un boss locale dal quale viene incaricato di eliminare un gangster di nome Matsunaga.

 
PornostarPorunosutā (ポルノスター, Pornostar). Regia: Toyoda Toshiaki. Sceneggiatura: Toyoda Toshiaki. Fotografia: Kasamatsu Norimichi. Montaggio: Hukano Toshihide. Reparto fonici: Yamagata Hiroshi. Musiche originali: Dip, dall’album “13 Towers”. Interpreti e personaggi: Chihara Kōji (Arano), Onimaru (Kamijo), Ozawa Rin (Alice), Sugimoto Tetta (Matsunaga), Maro Akaji (Yakuza Boss), Hirota Reona (Pussycat), Suzu Yasuhiro (Tatsuo), Shibukawa Kiyohiko (Ginji). Produzione: Miyoshi Kikuchi, Masakazu Takei per Tokyo Theatres Company, Inc. e Film- makers Inc.. Distribuzione: Little More Co., Ltd.. Durata: 98'. Anno: 1998. 
 
Girovagando solitario per i quartieri di Tokyo, il giovane Arano si scontra in Kamijo un aspirante yakuza arrogante e riottoso. Tra i due implode una contesa che si spegne ancor prima di nascere e, poco dopo, il malavitoso raggiunge un boss locale dal quale viene incaricato di eliminare un gangster di nome Matsunaga. Mentre Kamijo e l’anziano yakuza stanno discutendo, Arano irrompe sulla scena coltello alla mano, trucidando due scagnozzi del vecchio: la sua aggressione viene subitaneamente sedata e a Kamijo viene ordinato di sbarazzarsi anche dell’ultimo arrivato. Infrangendo le direttive, Kamijo decide di salvare la vita ad Arano in qualche modo attratto dalla sua enigmatica personalità e dall’idea di poter sfruttare la sua indole violenta. Incerto sul da frasi, il giovane criminale conduce Arano ad un incontro con una coppia di pusher stranieri quando, nel corso della trattativa, quest’ultimo sfodera una pistola freddandoli entrambi. Come fece con le sue prime vittime, Arano sostiene che nessuno ha bisogno di loro e dunque non hanno motivo di vivere. Kamijo si impossessa della partita di droga, restando incerto su come agire nei confronti di Matsunaga. Nonostante i timori sull’instabilità del suo nuovo accolito, lo yakuza decide di addossare la responsabilità dell’esecuzione ad Arano ma il giovane, disinteressato, si allontana. Nuovamente in strada, Arano incontra un gruppo di skaters tra cui una ragazza, Alice, che lo avvicina mettendolo in guardia sul fatto che Kamijo è sulle sue tracce. Alice circuisce Arano, convincendolo a trafugare la partita di droga con la promessa di una fuga insieme alle isole Fiji, lontano dalle brutture della città. In vana attesa della sua complice, Arano scorge Matsunaga in dolce compagnia e lo segue nel buio di un parcheggio sotterraneo dove, dopo averlo raggiunto, si avventa sul suo corpo pugnalandolo brutalmente. Nel frattempo, un fedele di Kamijo recupera gli stupefacenti rubati ma viene ucciso da Pussycat, una dark lady senza scrupoli, anch’ella interessata a mettere le mani sulla merce. Venendo a sapere che Matsunaga è morto e convinto di essere ritornato in possesso della droga, Kamijo crede di poter definitivamente piegare Arano a proprio vantaggio e ritorna trionfante dall’anziano boss proponendo un nuova alleanza. Prima che tra i due si profili un accordo, Arano si palesa tuttavia sulla scena, ormai prossimo a scatenare una definitiva e incontrollabile carneficina.
L’esordio alla regia di Toyoda Toshiaki è un’opera acerba e non prive d’increspature, un racconto di sangue e dolore che custodisce al suo interno molte delle tematiche che si dimostreranno care al regista: il vandalismo adolescenziale, la criminalità organizzata, l’identità del singolo, il rancore nei confronti del contesto sociale, l’indifferenza del mondo adulto. Un insieme di elementi ancora non ben definiti ma al contempo pulsanti, pronti ad esplodere con rabbia sullo schermo, decretando da parte del loro autore un’indiscutibile capacità di coinvolgimento. Vi è in Toyoda una sentita premura di dover narrare uno spaccato generazionale angosciato e sofferente, perennemente in conflitto con il prossimo, costretto a schierarsi, a prendere posizione in un mondo che non concede alternative, in cui non vi sono figure positive o negative a cui aggrapparsi ma soltanto scegliere se reprimere o essere vessati.
L’ambientazione di Pornostar è Shibuya, contesto di un disagio giovanile diffuso e condiviso, alcova di costumi e tendenze, uno spazio che l’adolescente giapponese percorre (come nella riuscita sequenza della corsa in skateboard su cui torneremo) ed in cui esprime, secondo l’ottica dell’autore, i propri sentimenti attraverso la violenza, la prevaricazione sull’altro e la tensione autodistruttiva. Difficilmente, per i protagonisti e il loro entourage, vi sono reali spiragli di fuga o possibili reintegrazioni  all’interno del sociale di cui fanno parte, la fuga di Alice, l’unico reale tentativo di uscire da quel mondo, rimane infatti una fallace utopia. Un mondo adulto, equilibrato, salvifico e che possa assumere la funzione di guida, appare completamente assente (tanto che la visione di Toyoda sembra univoca e arbitraria), al punto che gli adulti sono soltanto indispettiti salaryman (che se la prendono con ragazzini un po’ maldestri come gli skaters amici di Alice), attempati malavitosi, o aspiranti criminali, vigliacchi e privi di onore, pronti a sfruttare il prossimo per perseguire i propri intenti. Arano assume così i toni del risentimento di una generazione (o meglio di una parte a cui l’autore vuol dare voce), stanca di subire soprusi, costretta idealmente ad aderire ad un gruppo (qui criminale, violento e prevaricatore) per percepire la propria identità, la propria funzione all’interno di quello stesso universo urbano che rifiuta e dal quale vorrebbe alienarsi: tutti, infine, si proferiscono dei gangster, anche gli skaters che il protagonista trae in salvo per poi dover affrontare nell’epilogo della vicenda. Toyoda argomenta dunque il concetto di inutilità, inteso come l’essere superflui e non necessari al contesto sociale a cui si appartiene e ai propri simili che ci circondano, ponendo Arano in vesti di principale promotore, tratteggiando un individuo catatonico, affetto da una profonda disillusione esistenziale, privo di emozioni e di morale. Un’amoralità che non distingue il bene dal male, il “giusto” dall’errato, ma che ragiona sul presente decretando giudizi di fatto, attuando solenni e purificatrici sentenze di morte (esemplificativa l’atrocità con cui l’autore descrive l’assassinio di Matsunaga), come improvvise punizioni nei confronti di chi assume posizioni discordanti in base al suo percepito. Ecco allora che la pugnalata di Arano alla gamba del giovanissimo skater assume un preciso significato, innesco di un’inevitabile rappresaglia e di una nuova spirale di violenza.
Chiuso nel suo parka verde e sgualcito, Arano è un anti-eroe solitario, privo di remore e incapace di comprendere la sofferenza, tormentato dall’idea di cosa rimanga nel presente dopo la finitezza del corpo, angosciato dal fatto che dell’essere umano non resti nulla, se non un epigrafe. Tratti della sua personalità ribelle ricordano il protagonista di Boiling point (1991) e il suo desiderio di vendetta nei confronti di una yakuza crudele e spietata, sebbene in Toyoda non vi siano una scelta dettata dal raziocinio e la spiazzante presa ironica del film di Kitano. Arano assume una posizione che trasmette un senso di smarrimento dovuto alla mancanza di un ruolo preciso, una funzione da svolgere, tramutandosi nella prevaricazione dell’istinto e della pulsione di morte, attualizzando la necessità e l’incapacità di Kamijo di agire e di adempiere ai propri compiti: liberarsi del nuovo arrivato come di Matsunaga. Il giovane gangster veste infatti i panni del personaggio più deprecabile, uno yakuza incompiuto e meschino, ragione per la quale Arano non interverrà nei suoi confronti se non alla fine della vicenda, quando Kamijo sarà costretto, per quanto debole, a schierarsi e assumere una posizione. Toyoda relazione i due protagonisti attraverso un delicato gioco di equilibri in cui l’uno agisce in funzione dell’altro per soddisfare un proprio bisogno: Kamijo sfrutta la follia omicida di Arano per perseguire loschi intenti criminali, mentre Arano evita il conflitto utilizzando il malvivente come collegamento a quel mondo che è intenzionato ad eliminare. Tra i due non vi è alcuna alleanza, soltanto una tregua temporanea e la personalità del giovane sociopatico sussiste priva di una collocazione, evocando nel suo agire la figura di un ronin (un guerriero errante e senza padrone), un tratto che l’autore evidenzia in un sommo e duellante atto finale. Come dimostra la cruda sequenza dell’omicidio di Matsunaga, l’agire di Arano non è l’adempimento di un ordine (e dunque di una dipendenza) ma l’avverarsi di una scelta individuale e spietata. Nel corso dell’assassinio, il regista esibisce un meticoloso lavoro di sottrazione sulla recitazione dell’attore, implacabile ed inespressivo, a cui contrappone una componente sintattica che estremizza il gesto attraverso la saturazione sonora (le grida della vittima e il rumore delle carni lacerate), contraddistinguendo il segmento da uno stile dal coinvolgimento forte ed epidermico.
Toyoda rivela un ragguardevole talento visivo, capace di alternare distensione e genuina aggressività, legando la narrazione a passaggi che, per quanto semplici, rimangono a lungo con lo spettatore: la camera a raso terra che insegue il movimento degli skates trasmette un accattivante dinamismo e un senso di sospensione, di leggerezza, capace di trasportare lontano la sofferenza e la tensione precedenti. Complici anche le sonorità della rock band Dip, una collaborazione che Toyoda ripeterà in 9 Souls, realizzando in entrambi i film episodi (sembrerebbe) in funzione della musica e non l’opposto, dando vita a ralenti armoniosi, passaggi morbidi e sinergie d’accompagnamento a prerogativa di uno stile che mira all’immersione nell’immagine, come nel ralenti del campo lungo in apertura del film, dove l’espandersi della folla colma l’area visiva sovrapponendosi all’avanzare verso l’obbiettivo del protagonista. L’autore conclude la presentazione di Arano in semisoggettiva e conducendo, dalla contemplativa sintassi del piano sequenza in slow motion, ad una percezione più aspra e precaria, grazie ad una camera a mano che ne segue la sbandante camminata tra le gremite vie urbane, accentuando il brusco scontrarsi del giovane con i passanti sul suo percorso. L’urto si ripete più volte, ma non vi è alcuna reazione: il regista accosta nuovamente una scrittura marcata ad una personalità apatica e priva di emozioni. Brutale metafora di un risentimento giovanile convertitosi in una sterile aggressività fuori controllo, Arano sembra una radicale devianza di Riichi (interpretato in entrambe le occasioni dall’attore Chihara Kōji) di Young thugs (1997), di cui, anche in quest’occasione, rimangono soltanto i lati oscuri e l’indomita violenza, accantonando la verve e il fine irriverente che si affacciava sovente nell’opera di Miike. In Pornostar, Toyoda non cerca sfaccettature nei confronti dei suoi personaggi, invitando ad un’identificazione catartica quanto immediata: Arano è un guscio vuoto in cui proiettare la rabbia, un catalizzatore del rancore, ma questo spazio vuoto che accoglie forza si svuota anche subitaneamente, rischiando di perdere significato e densità.
L’opera prima di Toyoda testimonia un cinema famelico e nichilista, per certi versi folle, che possiede senso del tempo come, talvolta, di nessi narrativi poco articolati (la diegesi indugia sulla casualità dell’incontro fortuito in più di un raccordo), che lavora di simbologie (occasionalmente compiaciute) e di ammalianti coinvolgimenti emotivi. Più d’uno rimangono, tuttavia, gli elementi che hanno in embrione uno stile personale in via di definirsi, tratteggiando una parabola di redenzione negata da un mondo dal cui cielo si riversano lame e il sopruso sul prossimo si dimostra l’unico e incontrovertibile modo per comunicare il proprio disagio. [Luca Calderini]

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