Kishibe no tabi (岸辺の旅, Journey to the shore)

Regia di Kurosawa Kiyoshi Di Cecilia Collaoni 08 Ottobre 2015

Verso l’altra riva, il titolo della versione francese del film, è quanto mai adatto per questa storia d’amore sospesa tra fantastico e road movie.

journey to the shoreKishibe no tabi (岸辺の旅 Journey to the Shore). Regia: Kurosawa Kiyoshi. Soggetto: dal romanzo di Yumoto Kazumi. Sceneggiatura: Kurosawa Kiyoshi, Ujita Takashi. Fotografia: Ashizawa Akiko. Montaggio: Imai Tsuyoshi, Musica: Eto Naoko, Otomo Yoshihide. Interpreti: Asano Tadanobu, Fukatsu Eri, Aoi Yū, Chiba Tetsuya, Emoto Akira. Produzione: Comme des Cinémas, Office Shiro, Wowow Films. Durata: 127’. Prima uscita in Giappone: 1 ottobre 2015.
Premio per la migliore regia a Cannes - sezione Un certain regard.

Verso l’altra riva, il titolo della versione francese del film, è quanto mai adatto per questa storia d’amore sospesa tra fantastico e road movie. Questa volta il regista decide di portare sullo schermo il romanzo di Yumoto Kazumi, che propone una sorta di versione capovolta del mito di Orfeo ed Euridice.
A tornare in vita, a tre anni dalla scomparsa, è il mite e colto dentista Yusuke (Asano Tadanobu), che riappare alla moglie Mizuki (Fukatsu Eri). Dopo essersi riunita, la coppia decide di visitare alcune anime che ancora non possono abbandonare questo mondo a causa del rimpianto e del senso di colpa, aiutandole ad andarsene finalmente con serenità nel mondo dei morti. Primo destinatario del viaggio è un signore di mezza età che vive distribuendo giornali in una piccola cittadina e che da vivo maltrattava la moglie. È poi  la volta di  una coppia che gestisce un ristorante: la donna si sente in colpa per aver rimproverato ingiustamente la sorellina malata, morta poco dopo. Yusuke e Mizuki si ritrovano e sembrano essere felici nella loro nuova veste, anche se il loro amore, prima della morte di Yusuke, non era poi così idilliaco.
Kurosawa, pur mantenendo i temi cari al suo cinema, come il vuoto e il sovrannaturale, qui sembra voler privilegiare la storia d’amore e il tono sentimentale. La riapparizione di Yusuke, che torna a casa, mangia il piatto preferito preparato da Mizuki e dimentica di togliersi le scarpe, come non fosse mai andato via, è naturale, assolutamente non preparata o sottolineata da effetti particolari o dal commento musicale. La macchina da presa indugia a lungo sulla figura di Mizuki di spalle, spostandosi poi con movimenti di macchina laterali.
La prima parte del film è quasi interamente girata nell’appartamento dei due, mentre la seconda è dominata dal paesaggio naturale della campagna. Nulla di strano o di spaventoso, solo qualche fenomeno poco comprensibile. Kurosawa scandisce la vicenda in capitoli; il primo sembra avere come tema dominante la vita, l’assenza; il secondo il rimorso, il rimpianto, l’amore; l’ultimo, il più lungo e complesso, ambientato in un villaggio rurale dove una cascata è il punto in cui il mondo terreno e quello dell’aldilà si incontrano, il passato e la morte.
Kurosawa ha in mente un modello preciso da cui distanziarsi, After Life di Koreeda, dove le anime passavano oltre guardando il film del momento migliore della loro esistenza. Kishibe no tabi è un viaggio malinconico, silenzioso, nonostante le note del pianoforte che echeggiano sin dall’inizio, con alcune intuizioni lancinanti, come il découpage di fiori colorati sul muro dietro il letto, creato dal primo personaggio aiutato nella sua dipartita da Yusuke e Mizuki. Il quadro sulla parete ravviva un ambiente altrimenti fatto solo di toni neutri e sobri, che sembra non avere più colore. Le anime di coloro che tornano non hanno spessore, non hanno consistenza, spariscono, perdendo luce e diventando buie, scure. Quando appaiono i fantasmi, la luminosità naturale degli ambienti si attenua man mano, diventando oscurità. Alcune soluzioni ricordano dunque molto da vicino le atmosfere inquietanti del killer perso nei circuiti del computer di Kairo (Pulse, 2001), ma sono la tenerezza e l’amarezza a prevalere in questo caso. L’incontro con i morti riapparsi non riesce mai a colmare veramente le distanze tra gli individui, ad avvicinarli. Mizuki e Yusuke non riescono inizialmente a entrare in contatto fisicamente, solo il fatto di viaggiare, spostarsi e aiutare altri li unisce. Ci sono molte cose di entrambi che restano sospese o nascoste. Il punto di vista scelto dal regista resta comunque quello della giovane donna. È lei a riaccogliere il marito, lei che fa i conti col passato di entrambi, lei che cura i rimpianti. Un Kurosawa ritrovato, dunque, romantico, intimo, che lascia gli incubi e lo spavento un po’ da parte, per indagare più da vicino nel mistero delle emozioni umane. Resta un universo costituito di particelle infinitamente piccole ma vuote. Così Yusuke spiega la teoria dell’atomo e della relatività nella sua lezione agli abitanti dell’ultimo paesino in cui si è trasferito con Mizuki, e Kurosawa lo interpreta nel suo cinema. [Cecilia Collaoni]

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