Romansu (ロマンス, Round Trip Heart)

Regia di Tanada Yuki Di 30 Maggio 2016

Tanada Yuki, autrice di altri film, tra cui il premiato Hyakuman-en to nigamushi onna (One Million Yen Girl) del 2008, in questa sua ultima opera si concentra sull’incontro tra due soggetti per motivi diversi un po’ allo sbando.

Romance Japanese Movie p1Romansu (ロマンス, Round Trip Heart). Regia, soggetto e sceneggiatura: Tanada Yuki; fotografia: Otsuka Ryo; montaggio: Miyajima Ryuji; musica: Suo Yoshikazu, Jirafa; personaggi e interpreti: Hojo Hachiko (Oshima Yuko), Sakuraba Yoichi (Okura Koji), Kubo Michiyo (Nozaki Yoshimi), Hojo Yoriko (Nishimuta Megumi); produttore: Mamiya Toramatsu; durata: 97'; uscita in Giappone: 29 agosto 2015.

«Mi interessava raccontare la storia di persone che si influenzano reciprocamente, nella quale si percepisse, al tempo stesso, un senso di nostalgia».

Sono le parole della regista a proposito del suo Romansu (Round Trip Heart), presentato alla diciottesima edizione del Far East Film festival di Udine.
Tanada Yuki, autrice di altri film, tra cui il premiato Hyakuman-en to nigamushi onna (One Million Yen Girl) del 2008, in questa sua ultima opera si concentra sull’incontro tra due soggetti per motivi diversi un po’ allo sbando. Lei è Hachiko, una ragazza che vende snack e bevande sul treno “Romance Car” in direzione Hakone, la località turistica di montagna dalla quale è possibile (se si è fortunati con le condizioni metereologiche) osservare il monte Fuji. La prima frase che le sentiamo pronunciare, mentre si appresta a spingere il suo carrello lungo i vagoni, è già un manifesto: «Adoro i treni: partono e tornano senza perdersi. Non come me, che perdo la via».
La sequenza che ce la presenta la ritrae prima di spalle, “inquadrata” dall’ingresso dello scompartimento, mentre fa un bel respiro, come se stesse per entrare in scena; e subito dopo frontalmente, perfetta nella divisa, sorridente. È un bel “quadro”, una facciata appunto, perché Hachiko, lo si scoprirà dopo poco, nasconde dentro di sé il disagio di un passato con una madre che non le ha dato l’affetto che lei avrebbe desiderato, a causa della quale (dei suoi comportamenti disinibiti soprattutto) subiva l’ostilità delle altre ragazzine del quartiere. La sua vita non è certamente perfetta e in ordine come la sua divisa.
Lui è un tipo allampanato, un produttore cinematografico di serie B, sulle spalle un divorzio e problemi con la figlia. Tenta di rubare del cibo dal carrello della ragazza, per poi scappare, inseguito da lei.
Trascorrono un’intera giornata insieme (e anche la notte, dopo essersi persi), alla ricerca della madre di Hachiko, dalla quale la ragazza ha da poco ricevuto una lettera accorata. Di fatto sarà il modo per entrambi di confrontarsi con il proprio passato.
Il tema forte è la famiglia, o meglio, la mancanza o la disgregazione della stessa.
E poi la memoria, che si ripropone con forza a condizionare il presente, con tutti i suoi nodi irrisolti. Non è facile venirne a capo, vedere chiaro in se stessi e nella propria vita, come sembrano suggerire le nubi che avvolgono la montagna simbolo per eccellenza, il monte Fuji appunto, quando i due protagonisti finalmente la raggiungono.
Il film mantiene un certo ritmo, anche se procede senza particolari sorprese, con uno stile pacato. Lo sviluppo dei personaggi è fortemente legato alla memoria del loro passato, più che non al presente, nel quale non succede tra loro nulla che non sia funzionale al ricordo. Forse lui vorrebbe avere un’avventura con lei, ma l’atteggiamento di Hachiko nei confronti dell’uomo oscilla tra l’appena tollerante e l’ostile, e continuerà a rivolgersi a lui chiamandolo “anziano”, nomignolo che non lascia presagire, anche per il modo sempre un po’ al limite dello sprezzante con il quale la ragazza lo utilizza, una possibile virata romantica. Il tono rimane leggero, da commedia e, a mio avviso, date le tante sfaccettature dei due personaggi, con le potenzialità con cui vengono impostati fin dall’inizio (entrambi portano addosso i segni di ferite profonde, di abbandono e disillusione), forse si sarebbe potuto fare di più. [Claudia Bertolè]

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