Dakishimetai - Shinjitsu no monogatari (抱きしめたい - 真実の物語, I Just Wanna Hug You)

Regia di Shiota Akihiko Di 08 Ottobre 2014

I melodrammi strappalacrime con finale tragico sono un sottogenere sempreverde del cinema giapponese. Dakishimetai non è un gran film ma neanche totalmente scontato come potrebbe far pensare. A questo risultato contribuisce una notevole performance di Kitagawa Keiko e una buona collaborazione di tutti i comprimari.

DakishimetaixDakishimetai - Shinjitsu no monogatari (抱きしめたい ―真実の物語―, I Just Wanna Hug You). Regia: Shiota Akihiko. Soggetto e sceneggiatura: Saitō Hiroshi, Shiota Akihiko. Fotografia: Kikumura Tokusho. Montaggio: Satō Takashi. Musica: Muramatsu Takatsugu. Interpreti: Kitagawa Keiko, Nishikido Ryō, Hirayama Aya, Fubuki Jun,  Kunimura Jun, Kamiji Ysuuske. Durata: 122'. Uscita nelle sale giapponesi: 2 febbraio 2014.

Link: Mark Schilling (Japan Times)

2 stelle

Masaki (Nishikido Ryō) è un giovane taxista che nel tempo libero gioca a basket con gli amici. Un giorno, la palestra da loro utilizzata risulta prenotata nello stesso orario anche da un gruppo di paraplegici. Nella discussione che ne segue, conosce Tsubasa (Kitagawa Keiko), una bellissima ragazza che a seguito di un incidente d'auto ha perso l'uso delle gambe e di un braccio e patisce ancora dopo anni di buchi di memoria. Masaki l'accompagna a casa e lentamente tra i due cresce un'amicizia che poi, nonostante le paure di Tsubasa, sfocia in amore. Masaki è determinato: presenta Tsubasa ai genitori, conosce la madre di lei e convince tutti ad approvare il loro matrimonio. Tsubasa resta incinta e poco tempo dopo la cerimonia nuziale, partorisce un bambino. Ma la sorte avversa la colpisce di nuovo e, a causa di un rarissimo caso di infenzione al fegato, muore pochi giorni dopo il parto.

I melodrammi strappalacrime con finale tragico sono un sottogenere sempreverde del cinema giapponese. Ognuno di essi è simile ai precedenti, ognuno cerca di aggiungere qualche tratto di originalità. In questo caso, la peculiarità sta nel nome del regista, Shiota Akihiko, uno degli autori su cui puntava la critica a fine anni '90. Formatosi nel famoso cineclub dell'Università Rikkyō di Tokyo - che sotto la guida dello studioso Hasumi Shigehiko, aveva tra i suoi componenti Kurosawa Kiyoshi, Aoyama Shinji e Shinozaki Makoto - esordì nel nel 1983 con Falala, che vinse il PIA Film Festival. Dopo lunghi anni di lavoro come sceneggiatore, tornò alla regia nel 1999 con Gekkō no sasayaki (Moonlight Whispers), coinvolgente storia sentimentale tra adolescenti intessuta di pulsioni sadiche, poi seguito da Gaichū (Harmful Insect, 2001), interessante ritratto del degrado di una tredicenne (una giovanissima Miyazaki Aoi). Successivamente firmò ancora due titoli interessanti, Yomigaeri (Resurrection, 2003) e Kanaria (2005), per poi praticamente sparire (se si esclude l'indifferente Dororo, 2007). Ritorna ora con questa vicenda convenzionale basata su una storia vera, cui apporta un paio di tocchi che ricordano l'autore di una volta.
L'aspetto forse più originale consiste nell'evitare la solita tensione pilotata tra amore e morte fino alla scontata tragedia finale. Shiota parte invece cinque anni dopo la morte della protagonista, con il padre e il figlio che la portano con loro nella memoria. Una lunga ellissi all'indietro e inizia la storia d'amore tra i due, narrata senza troppe sdolcinature. Pur rispettando i codici del genere, Shiota riesce anzi a dare alla vicenda un po' di realismo, mettendo in evidenza i problemi che i due giovani incontrano progressivamente. La scena in cui la madre di Tsubasa (Fubuki Jun), nel cercare di dissuadere i due innamorati dal loro progetto matrimoniale, mostra loro i filmati della riabilitazione ospedaliera di una distrutta Tsubasa, anche se troppo lunga, è indicativa dell'atteggiamento del regista. Atteggiamento confermato da un piccolo tocco di classe: dopo i titoli di coda, una breve ma toccante scena tratta dal filmato amatoriale del vero matrimonio della ragazza la cui storia ha ispirato il film.
Nonostante la lunghezza eccessiva del film - il cui titolo originale significa "Vorrei abbracciarti" - e qualche scena francamente inutile, ciò che rimane nell'animo dello spettatore è la sensazione dell'importanza del presente. La determinazione di Masaki nel superare i problemi pratici del suo amore per Tsubasa, la presenza serena del bambino all'inizio e alla fine, la partecipazione dei genitori di lui e della madre di lei, ci ricordano come la morte faccia parte della vita e come la cosa più importante sia la vita stessa. In questo, la serenità dolente che ho incontrato in molti giapponesi di fronte e dopo la morte di qualche congiunto, in sostanza nei confronti della morte stessa, ha qualcosa da insegnarci.
Dakishimetai non è un gran film ma neanche totalmente scontato come potrebbe far pensare il genere. A questo risultato contribuisce una notevole performance di Kitagawa Keiko nella parte di Tsubasa e una buona collaborazione di tutti i comprimari (famiglie e amiche). Il musicista, cantante e divetto Nishikido Ryō svolge onestamente il suo lavoro senza fare danni e in una scena riesce persino a camminare sulle mani.
Ambientato nel paesino di Abashiri - che evoca l'omonimo carcere che cinquant'anni fa vide le prime gesta sullo schermo di Takakura Ken - il film mostra negli esterni un Hokkaidō innevato che sia come ambiente naturale sia come paesaggio dell'animo coinvolge sempre. [Franco Picollo]

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