Doraibuin Gamo (ドライブイン蒲生, Drive-in Gamo)

Regia di Tamura Masaki Di 01 Settembre 2014

Fin dalle prime scene di questa storia semplice ma che tocca a un livello pre-razionale ho percepito che questo era un film non tanto da "capire" quanto da "guardare". Sono le immagini a parlare. E il motivo si comprende subito se si guarda la biografia di questo regista "esordiente". Tamura Masaki, classe 1939, è infatti uno dei più grandi direttori della fotografia del cinema giapponese.

Drive in Gamo p01Doraibuin Gamo (ドライブイン蒲生, Drive-in Gamo). Regia e fotografia: Tamura Masaki. Soggetto: dal romanzo di Itō Takami. Sceneggiatura: Ōishi Michiko. Montaggio: Kikui Takashige. Musica:  Yamaji Kazuhide. Interpreti: Kurokawa Mei, Sometani Shōta, Nagase Masatoshi, Nekota Nao, Hirasawa Kokoro, Yoshioka Mutsuo, Kobayashi Yukichi, Kurosa Daisuke, Suzuki Shinsuke, Adachi Tomomitsu, Tamura Ai. Durata: 89 minuti. Uscito nelle sale giapponesi: 2 agosto 2014.

3 stelle mezzo

Un paese di provincia. Una famiglia emarginata in condizioni sociali e affettive in vistosa discesa. Padre, madre e due figli adolescenti, Toshi e la sorella Saki. Il padre (Nagase Masatoshi), ex-yakuza espulso dall'organizzazione, gestisce con fare da macho il bar-ristorante di un drive-in (sempre vuoto), la madre (Nekota Nao), sottomessa e rassegnata, fa la casalinga. Toshi (Sometani Shōta) frequenta il liceo, anche se non si vede mai, Saki (Kurokawa Mei) è sempre a casa. Lui è timido, timoroso, tranquillo. Lei è rabbiosa, litiga continuamente con il padre, è in rotta con il mondo. L'unico con cui ha un rapporto sincero è il fratello.
Con continui flash-back e flash-forward, la storia scorre piana su binari di ordinaria e contenuta degradazione. Toshi e l'unico amico che ha compiono qualche bravata; Saki si fa dei dolorosi tatuaggi, beve, fa l'amore con l'amico di Toshi e sobilla il fratello contro il padre. Poi il padre muore.
Ritroviamo Saki con una figlia piccola e un matrimonio già in pezzi. Saki e il marito violento discutono del loro (non) futuro nel ristorante di un altro drive-in (luogo topico di questo film), mentre Toshi la aspetta nel parcheggio con la bambina. Quando il marito schiaffeggia la sorella, Toshi scende e lo minaccia con un punteruolo da ghiaccio. Saki e il marito si separano definitivamente. Toshi, Saki e la bambina tornano a casa per riaprire il drive-in di famiglia. La vita continua.

Fin dalle prime scene di questa storia semplice ma che tocca a un livello pre-razionale ho percepito che questo era un film non tanto da "capire" quanto da "guardare". Sono le immagini a parlare. E il motivo si comprende subito se si guarda la biografia di questo regista "esordiente". Tamura Masaki, classe 1939, è infatti uno dei più grandi direttori della fotografia del cinema giapponese. Dopo essere stato l'anima dietro la camera della mitica serie Sanrizuka della Ogawa Production, è stato il direttore della fotografia di alcuni più significativi registi giapponesi degli ultimi decenni, fra cui Ishii Sōgo, Yanagimachi Mitsuo, Shōmai Shinji, Itami Jūzo, Kuroki Kazuo, Suwa Nobuhiro, Kawase Naomi, Kurosawa Kiyoshi e in particolare, Aoyama Shinji.
Il suo film pare un trattato visuale di tecniche di ripresa scritto da un grande maestro. Quasi ogni scena è diversa dalle altre ed è sempre una gioia dello sguardo. Camera fissa centrale, primi piani, campi lunghi, sguardi in macchina, primissimi piani che arrivano alla sfocatura, macchina in movimento che segue l'azione, macchina in movimento che muovendosi più lentamente lascia scorrere via l'azione, inquadrature impossibili dall'alto, oblique, dal basso. E il "cavallo di battaglia" di Tamura, gli straordinari movimenti di macchina lunghissimi senza la minima sbavatura. Il catalogo è ampio e spesso ulteriormente arricchito, nel darci emozione, dalla scelta di brani musicali fatti solo con la chitarra acustica, appena accennati, solo per darci l'idea di qual è l'atmosfera, e poi subito interrotti.
È attraverso questo dispiegamento stilistico di alta classe che la storia dei personaggi sullo schermo si fa vita e ci emoziona. Da uno sguardo, un raggio di luce, un verso borbottato con gli occhi bassi, comprendiamo il travaglio delle piccole esistenze dei protagonisti, la loro assenza di prospettive ma anche la loro mesta caparbietà nell'andare comunque avanti, più per inerzia che per stoicismo, e la viviamo con loro.
Un film che conferma come non mai il vecchio detto secondo cui non importa cosa si filma ma come lo si filma. [Franco Picollo]

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