Fuan no tane (不安の種, Pet Peeve)

Regia di Nagae Toshizaku Di 14 Agosto 2014

Pur con i suoi difetti e senza troppe pretese, Pet Peeve è un film da apprezzare se non altro per lo sforzo di ritornare agli elementi primigeni del J-Horror dei primi anni Novanta, evitando di adagiarsi troppo su un immaginario ormai abusato, autoreferenziale, spesso snaturato, troppo incline a prendersi sul serio, e per questo, salvo eccezioni, ormai privo di mordente.

Pet Peeve p02Fuan no tane (不安の種, Pet Peeve). Regia e sceneggiatura: Nagae Toshikazu. Soggetto: da un manga di Nakayama Masaaki. Fotografia: Hirao Tooru. Luci: Saitō Hisaaki. Suono: Fujimoto Ken’ichi. Montaggio: Sagara Naoichirō. Musiche: Ishikawa Chū. Effetti speciali: Hyakutake Tomo. Interpreti: Asaka Kōdai, Ishibashi Anna, Iwai Shimako, Suga Kenta, Tsuda Kanji. Produzione: Arc Film. Durata: 87’. Uscita nelle sale giapponesi: 20 luglio 2013.

Link: Martin Hafer (1nflux Magazine)

La quotidianità degli abitanti della città di Tominuma, in particolare quella di un motociclista, di un pony-express e di una strana cameriera, è stravolta da misteriosi eventi: passato e presente si mescolano, bulbi oculari semoventi strisciano lungo le strade, famiglie intere vengono sterminate in circostanze misteriose, inquietanti figure appaiono in cielo, spiritelli maligni perseguitano i nuovi arrivati in città e infestano appartamenti e locali pubblici.
In un certo senso, il titolo originale Fuan no tane, ovvero “Il seme dell’inquietudine”, che il film di Nagae Toshikazu (Ghost System, Paranormal Activity 2 – Tokyo Night) riprende alla lettera dal manga di Nakayama Masaaki da cui è tratto, esprime con efficacia l’intenzione di tornare alle origini del moderno horror giapponese, ponendosi da un lato in netta coerenza con la tradizione fantastica autoctona e, allo stesso tempo, scongiurando l’omologazione del post-Ring. Pur con i suoi difetti e senza troppe pretese, infatti, credo che Pet Peeve sia un film da apprezzare se non altro per lo sforzo di ritornare agli elementi primigeni del J-Horror dei primi anni Novanta, evitando di adagiarsi troppo su un immaginario ormai abusato, autoreferenziale, spesso snaturato, troppo incline a prendersi sul serio, e per questo, salvo eccezioni, ormai privo di mordente.
Più che i fantasmi rancorosi del kaidan che Nakata aveva mutuato dalle pellicole di Nakagawa Nobuo, i punti di riferimento di Nagae, che organizza con una certa fedeltà il materiale spiccatamente episodico del manga di Nakayama Masaaki limitandosi ad abbozzare una esile struttura narrativa che faccia da collante, sono le storie degli yōkai nella loro accezione più ampia, figure sovrannaturali e immanenti appartenenti alla tradizione folcloristica, animista e letteraria giapponese. O meglio, le evoluzioni contemporanee e cittadine di una tradizione che non si è mai veramente interrotta, ovvero le numerose leggende metropolitane realmente circolanti o inventate ad hoc dalla fantasia di scrittori, sceneggiatori e mangaka, attraverso le quali il J-Horror ha dato forma alle inquietudini del nostro presente urbano.
Tra le tante figure che hanno popolato gli schermi nel corso dell’ultimo ventennio, ricordiamo almeno Hanako “del gabinetto”, la Kuchisake onna, il fantasma dell’armadietto a gettoni, Teke-teke, la conturbante Tomie, la stessa Sadako protagonista di Ring e i protagonisti dei vari kaidan scolastici. A livello di atmosfere, più che al relativamente simpatico “bestiario” scrupolosamente compilato dal più celebre divulgatore di storie di mostri e spiritelli “rurali”, il mangaka Mizuki Shigeru alla base della cui opera sta anche il fortunato Yōkai daisensō di Miike Takashi, in questo caso ci troviamo più prossimi alle tonalità cupe, algide, cruente e surreali dei fumetti di un altro maestro del genere: Umezu Kazuo (anch’egli omaggiato più volte sugli schermi, soprattutto nell’ambito del cinema diretto al mercato video). La vicinanza col mondo dei manga e, in particolare, la struttura episodica incentrata su un luogo (una città che condiziona le vite dei suoi abitanti e le imprigiona, diventando la vera protagonista del film), più che su un personaggio, richiama poi alla mente un altro film horror giapponese altrettanto atipico, ovvero il bizzarro Uzumaki (2000) di Higuchinsky, tratto a sua volta dall’omonimo fumetto di Itō Junji.
Il risultato è a tratti scombinato ma gode di una certa freschezza e colpisce più volte nel segno, perché, al di là dell’espediente un po’ troppo comodo del canovaccio surreale che permette di appiccicare tra loro, grazie alla sua struttura aperta e al presupposto della sospensione dell’incredulità, storielle che non c’entrano l’una con l’altra senza curarsi di fornire un senso complessivo al tutto, e al di là del fatto che i risultati più positivi ottenuti da Nagae siano in gran parte debitori dell’immaginazione di Nakayama (che partorisce immagini evocative come gli ammassi di nuvole antropomorfi), il film riesce a suscitare brividi genuini in più di una situazione, nonché a ricreare con una certa efficacia le atmosfere opprimenti (quant’anche non prive di un macabro umorismo) del manga di origine nonostante l’evidente povertà degli effetti speciali. Da segnalare la colonna sonora di Ishikawa Chū, storico collaboratore di Tsukamoto. [Giacomo Calorio]

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