Gūkōroku (愚行録, Traces of Sin)

Regia di Ishikawa Kei Di 14 Ottobre 2016

Tanaka, un giornalista investigativo, sostiene e conforta la sorella minore Mitsuko (Mitsushima Hikari), in carcere per maltrattamenti nei confronti della figlia. Parallelamente chiede e ottiene di riaprire un’inchiesta sull’omicidio di una giovane coppia e della loro bambina avvenuto un anno prima e ancora non risolto dalla polizia.

Gūkōroku (愚行録, Traces of Sin). Regia: Ishikawa Kei. Soggetto: dal romanzo di Nukui Tokurō. Sceneggiatura: Mukai Kōsuke. Fotografia: Piotr Niemyjski. Montaggio: Ota Yoshinori, Ishikawa Kei. Suono: Kureishi Yoshifumi. Musica: Ohmama Takashi. Interpreti: Tsumabuki Satoshi, Mitsushima Hikari, Koide Keisuke, Usuda Asami, Ichikawa Yui, Matsumoto Wakana, Hamada Mari, Nakamura Tomoya, Mashima Hidekazu, Hirata Mitsuru. Produttore: Kakurai Makoto. Produttore esecutivo: Mori Masayuki. Durata: 120’. World premiere: 6 settembre 2016 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Uscita nelle sale giapponesi: 18 febbraio 2017.
Link: Sito ufficiale (in giapponese) – Trailer (sottotitolato in inglese) – Intervista al regista (in italiano)

Tanaka (Tsumabuki Satoshi), un giornalista investigativo, sostiene e conforta la sorella minore Mitsuko (Mitsushima Hikari), in carcere per maltrattamenti nei confronti della figlia. Parallelamente chiede e ottiene di riaprire un’inchiesta sull’omicidio di una giovane coppia e della loro bambina avvenuto un anno prima e ancora non risolto dalla polizia. Passo dopo passo, Tanaka ricontatta conoscenti e amici delle vittime, strappando sfumature e dettagli che, nel rivelare difetti e colpe degli interlocutori, modificano soprattutto l’immagine perfetta dell’uomo di successo e della sua brillante moglie. Inframmezzati a questi colloqui, vediamo brani delle sedute di Mitsuko con lo psichiatra e alcune conversazioni di Tanaka con l’avvocatessa di Mitsuko (Hamada Mari). Lentamente, ma senza un attimo di tregua, si viene a comporre un quadro agghiacciante di violenze tra passato e presente che non lascia indenne nessuno.
Ishikawa Kei, di fatto uno sconosciuto (in precedenza aveva girato solo due corti), si presenta a quasi quarant’anni con un esordio che colpisce. Office Kitano, la casa di produzione del grande regista, ha visto giusto nell’investire su questo progetto. Ciò che colpisce del film sono la sicurezza della messa in scena, la scelta dei tempi, il ritmo sincopato dei dialoghi, lo svolgersi naturale e inesorabile della storia grazie a un montaggio magistrale. In una parola, la maturità dello sguardo e della capacità di comunicarcelo.
Non è uno sguardo estetizzante, quello di Ishikawa. Al contrario, è uno sguardo cupo, notturno, sofferente, al servizio di una storia altrettanto buia, che a ogni angolo dischiude violenze domestiche, abusi sessuali, sopraffazioni di gruppo nascoste dietro a sorrisi e buone maniere. Ciò che colpisce è la sapienza con cui il regista ci conduce gradualmente alla scoperta di colpe e delitti. Spesso questi sono solo accennati in dialoghi spezzati e le poche immagini dirette non sono mai invasive o disturbanti. Fanno capire solo per accenni e per questo il loro impatto è forse ancora più forte.
Sotto un certo profilo, il film è un unico, ininterrotto, saggio di montaggio alternato di alta scuola. Inquadratura dopo inquadratura, scena dopo scena, tra flashback e sospensioni, si instilla in noi la sensazione dolorosa che le vicende cui stiamo assistendo riguardino un’unica storia, dove vittime e carnefici si confondono. Il ritratto della società giapponese che essa implica è quello di una società malata, dove l’ipocrisia regola in maniera ferrea tanto le buone maniere quanto la crudeltà sfrenata dietro di esse. Non si salva nessuno, né la famiglia media, né la gioventù dorata delle classi alte. Ma al di là di queste implicazioni, non si può dire che questo sia un film di denuncia, o meglio, non solo di denuncia. La misurata narrazione di Ishikawa va più in profondità, si muove lungo linee più soggettive, talvolta quasi meditative, che toccano aspetti intrinsecamente meschini della natura umana.
Ultima ma non ultima, una notevole direzione degli attori, tutta giocata per sottrazione e trattenimento (sembra di citare Ozu, anche se siamo ovviamente in tutt’altro territorio). Tsumabuki Satoshi (classe 1980, dopo un inizio da modello, a partire dal blockbuster Waterboys (2001) si è progressivamente affermato come attore a tutto tondo (pur suonando in un gruppo con il fratello, non è un divo della musica prestato al cinema) in vari film, fra cui Assassin di Hou-Hsiao Hsien (2015). In questo film sembra mettere a frutto l’esperienza maturata e fornisce una prestazione notevole in cui riesce a trasmettere ansia e sofferenza pur sempre recitando in maniera contenuta. Mitsushima Hikari (classe 1985), una delle attrici giovani più intense e peculiari del cinema giapponese contemporaneo continua a infilare nel suo curriculum performance di rilievo. Dagli esordi con Sono Sion, in particolare Love Exposure (Ai no mukidashi, 2001), passando per l’indimenticabile Villain (Akunin, 2010), fino a Harakiri di Miike (2011) o a Summer’s End (Natsu no owari, 2013) di Kumakiri Kazuyoshi, il suo modo di recitare vibrante, come fosse sempre di un’ottava sopra il dovuto, è toccante e coinvolgente. [Franco Picollo]

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