Yawarakai seikatsu (やわらかい生活, It's Only Talk)

Regia di Hiroki Ryūichi Di 10 Aprile 2011

Storia di un’anima frammentata, fatta a pezzi da un mostro che si chiama depressione, della sua resurrezione e, forse, (ri)caduta.

Yawarakai seikatsuYawarakai seikatsu (やわらかい生活, It's Only Talk). Regia: Hiroki Ryūichi; soggetto: dal romanzo di Itoyama Akiko; sceneggiatura: Arai Haruhiko; fotografia: Suzuki Kazuhiro; interpreti: Terajima Shinobu, Toyokawa Ertsushi, Emoto Akira, Taguchi Tomorowo, Tsumabuki Satoshi, Matsuoka Shunsuke, Oomori Nao; durata: 126'; prima: 23 novembre 2005.

Link: Tom Mes (Midnight Eye)
PIA: Commenti: 3,5/5   All'uscita delle sale: 71/100

4-stelle

Storia di un’anima frammentata, fatta a pezzi da un mostro che si chiama depressione, della sua resurrezione e, forse, (ri)caduta.

Yuko è una donna sui 35 anni, single, sofferente di crisi depressive probabilmente causate da traumi (la morte dei genitori in un terremoto, la perdita altrettanto violenta di un ex fidanzato…) che si trasferisce nel quartiere di Kamata a Tokyo ed intrattiene rapporti con un terzetto di personaggi maschili abbastanza singolare: un pervertito che si fa chiamare K, un politico ex compagno di college con problemi di impotenza, uno yakuza depresso. Ad un certo punto nella vita di Yuko irrompe il cugino Soichi, un uomo con problemi familiari (sono falliti sia il suo matrimonio che la relazione con l’amante) che deciderà di prendersi cura di lei per un certo periodo di tempo. Tra i due sboccerà un reciproco sentimento, ma l’epilogo sarà drammatico.
Ad una prima lettura della trama forse non verrebbe voglia di vedere il film… E invece quest’opera del 2005 di Hiroki Ryūichi, tratta dal romanzo di Itoyama Akiko, è straordinaria, denota una sensibilità rara del regista nei confronti dei temi trattati: il rapporto del malato di depressione con il mondo che lo circonda, l’universo femminile, il disagio sociale tipico di una realtà metropolitana, il rapporto con la morte. Hiroki proviene dal mondo del pink, con il precedente Vibrator del 2003, già interpretato dalla splendida Terajima Shinobu, si era imposto all’attenzione della critica e a maggior ragione ci riesce con questo film, vincitore al Festival Internazionale di Singapore del 2006, premiato anche all’Asian Film Festival di Barcellona e al Brisbane International Film Festival. 
Yuko naviga a vista in un oceano di drammi: il terremoto che ha ucciso i genitori (o forse era un incendio? La donna sembra “giocare” nella parte…), l’attentato con il gas sarin che ha coinvolto il fidanzato dell’epoca, l’amica persa nell’attacco alle torri gemelle… e soffre di depressione, scivola indifesa in crisi che non sa gestire. Il regista sapientemente la segue nelle vie del quartiere di Tokyo (Kamata, “un posto per niente chic”, come la protagonista lo descrive, è che stato il set di diversi film di Ozu, oltre che il luogo in cui, nei primi anni del secolo scorso, si trovavano gli studi della Shochiku…), spesso con camera a mano, per poi lasciarla quasi abbandonata a se stessa, in campi lunghi. L’anima frammentata di Yuko è ben rappresentata dalle immagini che quasi sempre la riprendono, all’interno della sua casa, attorniata da quadri suddivisi in tante parti: la coperta patchwork, le tende a riquadri colorati, le tendine interne fatte di elementi di tanti colori. La donna non sa mettere insieme i pezzi della propria vita.
La prima parte del film è quasi ironica nel delineare i suoi rapporti con i tre uomini. L’arrivo di Soichi segna una svolta. Il cugino, che a sua volta fugge da una propria situazione personale/familiare in disfacimento, instaura con lei un rapporto di tenerezza e attenzione le prepara i pasti, la lava. E’ una temporanea sospensione dalle disgrazie di entrambi, un “rifugio” per trovare sollievo.
Il respiro del regista è sulla nuca della sorprendente Terajima Shinobu (figlia d’arte, la madre attrice e il padre attore di kabuki), il suo sguardo coglie lo sguardo di lei che nella storia d’amore con il cugino sembra ritrovare un senso della vita. La macchina da presa segue, avvolge la donna e la svela.
C’è un afflato di morte che percorre il film, quasi un’immaginaria cornice che racchiude il susseguirsi degli eventi: la morte improvvisa dei genitori che segna probabilmente l’inizio del disagio di Yuko, la morte altrettanto improvvisa del cugino, alla fine.
E pare intenzionalmente sottolineata la metafora dei pesci nella boccia di vetro, quelli che il cugino le regala: il germe del sentimento tra Yuko e Soichi, che cura lei e sembra gettare lui in uno stato di perplessità, è rinchiuso nelle gabbie della depressione della donna e del matrimonio fallito dell’uomo. E’ troppo tardi per sciogliere i nodi di una vita. La scena finale la ritrae, ripresa dall’alto, in una grande vasca di un onsen, schiacciata di nuovo nell’ineluttabilità di un destino solitario e di sofferenza. O forse no.
Una delle sequenze più toccanti mi è sembrata proprio quella in cui la donna, inizialmente ripresa di spalle mentre cammina, riceve una telefonata, si ferma: è lo zio che le dà la notizia della morte del cugino. Lentamente, molto lentamente, lei si volta e con un movimento e uno sguardo che esprimono tutto il dolore, ma anche la determinazione, ci regala un intenso, coraggioso e indimenticabile primo piano. [Claudia Bertolè]

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