Kuronezumi (クロネズミ, Black Rat)

Regia di Fukasaku Kenta Di 04 Febbraio 2011

Il topo è il primo animale dello zodiaco, associato nell’antichità all’abbondanza dei raccolti di riso; i nati nel segno del topo si riteneva fossero portati a guadagnare bene… Fukasaku Kenta sceglie l’animale-simbolo del suo film non a caso, parrebbe, perché si tratta di un’opera ricca. Di morti e sorprese, se non altro, come ogni horror che si rispetti.

Kuronezumi (クロネズミ, Black Rat). Regia: Fukasaku Kenta; sceneggiatura: Futoshi Fujita; interpreti: Misaki Yonemura, Hiroya Matsumoto, Nishimura Masahiko, Rina Saito, Haruka Shimizu, Mika Shimizu; durata: 76'; prima: 5 giugno 2010

Il topo è il primo animale dello zodiaco, associato nell’antichità all’abbondanza dei raccolti di riso; i nati nel segno del topo si riteneva fossero portati a guadagnare bene… Fukasaku Kenta sceglie l’animale-simbolo del suo film non a caso, parrebbe, perché si tratta di un’opera ricca. Di morti e sorprese, se non altro, come ogni horror che si rispetti.

La storia prende avvio - dopo un’introduzione decisamente horror di un corpo martoriato e sanguinante che si trascina per sfuggire al suo assalitore - da un sms ricevuto da un gruppo di sei studenti da parte di Asuka, loro compagna e amica, morta suicida. Il messaggio li invita ad incontrarsi all’una di notte nelle aule deserte della scuola. I ragazzi trovano ad accoglierli all’appuntamento una persona che indossa un’inquietante maschera da ratto e che li farà oggetto di attacchi feroci e per lo più mortali, al fine di mettere in atto una non meglio precisata vendetta della ragazzina morta.

Durante tutto il film si inseriscono nella struttura narrativa numerosi flashback, che approfondiscono il rapporto tra i ragazzi. Perché i topi? Perché fanno parte di una filastrocca  (un po’ alla Agatha Christie…) che Asuka, l’amica naïf, avrebbe voluto mettere in scena per la festa della scuola. Asuka non era una ragazza come le altre, aveva un sorriso tanto perenne quanto inquietante e spesso veniva isolata dal gruppo per il suo modo fin troppo ingenuo e anche un po’ sinistro di porsi.

I flashback mettono in chiaro i profondi sentimenti di solitudine e la difficoltà di inserimento di una persona sostanzialmente “diversa”.

Viene da pensare allora che anche da un film come Kuronezumi – a prima vista tranquillamente adagiato nel genere “horror tra studenti” - possa emergere qualche traccia di quella critica nei confronti della società (giapponese) che aveva fatto grande (e discusso) uno degli ultimi film del padre di Kenta, Fukasaku Kinji, vale a dire Battle Royale (2000), scritto da padre e figlio insieme, cui era poi seguito Battle Royale II: Requiem (2003), co-diretto da Kenta.

Là era il tema delle ripercussioni di un sistema violento che si trasmette di generazione in generazione, qui la solitudine e il vuoto dell’anima dei giovani giapponesi, incapaci di relazioni efficaci con il gruppo che li circonda, a loro agio nel mettere in scena un’”apparenza” di rapporti.

La ragazzina naïf si propone con un sorriso di facciata – lei stessa ammette che il suo sorriso non sia legato all’essere effettivamente felice – che inquieta il resto del gruppo, viene derisa e isolata e finirà per uccidersi; Fukasaku propone un veloce e continuo scambio di persona, risultando difficile capire chi ci sia effettivamente sotto la maschera da topo. Rapporti di facciata, si diceva. Anche i personaggi che il regista delinea sono quasi caricaturali: il belloccio, la ragazza carina annoiata, quella studiosa…
Il quadro che il regista propone della giovane generazione giapponese è disperante.
Alcune sequenze sono a mio parere degne di nota, quelle ad esempio in cui la macchina da presa lascia il luogo dell’azione e vaga lungo i corridoi deserti e bui. Oppure le sequenze di montaggio, che propongono immagini diverse in successione: il cielo, una recinzione di metallo, un secchio con un fiore, un piccione…. Come se si volesse concedere il tempo per riflettere, mentre il massacro – e la ferocia insensibile della società – continuano il loro corso.
Gli inseguimenti, i ricordi, i colpi di scena conducono all’epilogo che, nella migliore tradizione, si concentra in uno sguardo. Quasi un finale “alla Caligari” di Wiene: lo sguardo della superstite/assassina/amica che in modo sufficientemente ambiguo sorride e così facendo sospende i giochi, ma lascia spazio a possibili ulteriori interpretazioni. [Claudia Bertolè]

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