Koreeda Hirokazu's "August Without Him" (彼のいない八月が, Kare no inai hachigatsu ga)

Regia di Koreeda Hirokazu Di 21 Agosto 2013

Hirata Yutaka è stato il primo uomo in Giappone a dichiarare in pubblico di aver contratto il virus HIV da rapporti omosessuali. Koreeda lo incontra nel 1992, quando la salute dell’uomo è già pregiudicata, ma nonostante ciò accetta di essere ripreso dal regista, insieme agli amici che si prendono cura di lui.

Koreeda Hirokazu's "August Without Him" (彼のいない八月が, Kare no inai hachigatsu ga). Regia: Koreeda Hirokazu. Fotografia: Abiko Ryutaro, Mitsuishi Yoichi, Ito Shunji, Endo Yutaka, Takeuchi Katsumi. Montaggio: Nakamura Yukihiro. Suono: Okumura Keiichi. Interpreti: Hirata Yutaka. Voce (inglese): Nick Olcott. Produzione: TV Man Union Inc. – Fuji Television. Documentario. Durata: 78’. Anno: 1994.

Hirata Yutaka è stato il primo uomo in Giappone a dichiarare in pubblico di aver contratto il virus HIV da rapporti omosessuali. Koreeda lo incontra nel 1992, quando la salute dell’uomo è già pregiudicata, ma nonostante ciò accetta di essere ripreso dal regista, insieme agli amici che si prendono cura di lui.
Il documentario scandisce i momenti dei diversi incontri, da ottobre 1992 fino a maggio 1994, poco prima del decesso, che avverrà il 29 maggio 1994.
Koreeda riprende Hirata nelle attività quotidiane, quando va al pachinko, per la strada, nei diversi momenti in cui deve essere ospedalizzato per sottoporsi a esami o cure. Una voce fuori campo riporta le considerazioni del regista su quanto sta succedendo, sugli amici che si prodigano nell’aiutare l’uomo, fino alla struggente conclusione, dopo la sua morte.
Hirata fin dall’inizio interagisce con la troupe e con Koreeda in particolare, facendo domande e osservazioni (come quando, sulla tomba del padre in una giornata piovosa, commenta «la troupe non ha ombrelli, devo sbrigarmi» e poi li ringrazia) e finendo per farsi aiutare anche da loro. L’uomo, che in più occasioni accenna alla discriminazione che subiscono i malati di AIDS e ai pregiudizi nei loro confronti, pubblica anche un libro nel quale racconta la sua storia, e di cui viene filmato il momento in cui l’editore, nel giorno della pubblicazione, gliene porta a casa alcune copie.
Le riprese si interrompono, anche per volontà dello stesso Hirata, prima della morte. Il film si conclude con stralci dal saggio “Surviving Aids” del giugno 1994 nei quali Hirata ricorda il padre, su immagini di paesaggi marini: barche che prendono il largo, un airone che spicca il volo, una spiaggia con figure in controluce e il vociare dei bagnanti mescolato al rumore delle onde.

«Ho realizzato August Without Him dopo la morte di Hirata, quindi mentre cercavo di richiamare alla mente ogni cosa di lui, esplorando la mia stessa memoria. Inizialmente avrebbe voluto che lo filmassi fino al momento della morte, ma era emozionalmente insostenibile filmare semplicemente il processo del suo progressivo indebolimento. Una volta iniziate le riprese mi resi conto che la relazione tra me e Hirata subiva un mutamento, e che ci sarebbero voluti uno e due anni per mostrarlo. Così decisi di far vedere nel film qualcosa del rapporto che era cambiato a causa del lungo periodo di riprese» (Intervista a Koreeda per la Viennale 2006).
August Without Him è un film che documenta il percorso di un uomo che sta morendo, ma nonostante ciò non è il senso di morte quello che maggiormente colpisce.
Certo, di morte si parla: il narratore fuori campo (che dà voce alle considerazioni del regista) proprio all’inizio chiarisce che sono passati due mesi da quando il protagonista è mancato. Lo stesso Hirata si chiede per esempio ad un certo punto cosa succederà dopo la morte, oppure, in un momento successivo, confessa che in passato lo terrorizzava l’idea della morte, adesso che riguarda lui non più. Alcune delle ultime frasi di Hirata sono segnate dall’inquietudine: «La scorsa notte è morto un paziente. Sono terrorizzato», «Le persone devono soffrire così tanto per morire?».
Koreeda però non insiste sulla degenerazione fisica dell’uomo, quanto piuttosto sulla relazione con lui, sull’affetto delle persone che se ne prendono cura, sui tanti piccoli gesti che danno il senso di un legame vero: la mano dell’amico che gli porge la tazza per bere, lo stesso che gli fa un massaggio alla schiena, o l’altro che lo guida nella casa, di cui gli ha fatto anche un piccolo plastico, in modo che prenda confidenza con gli ambienti, nel momento in cui ha cominciato a perdere la vista.
Lo stesso Hirata osserva come la paura diventi irrilevante quando si ha gente d’attorno, e si duole che sia così impegnativo avere cura di lui. Il regista anticipa quelle riprese di “interni di famiglia” che saranno poi uno dei suoi segni di riconoscimento: i tanti momenti di vita quotidiana del piccolo gruppetto che si è venuto a formare con Hirata e i suoi amici sembra rimandare a situazioni simili di quelle famiglie, anche non istituzionali, protagoniste dei suoi film più noti, come Still Walking, o anche Nobody Knows.
Hirata è un uomo simpatico un po’ eccentrico, che scrive versi, del quale il regista fa trasparire tutto il coraggio e la forza d’animo. Non manca, caratteristica di quella leggerezza nel trattare questioni importanti tipica del regista, l’introduzione di passaggi quasi comici, come quando, la sera prima del rientro in ospedale, Hirata decide improvvisamente di recarsi al pachinko, di cui è appassionato, e la troupe lo segue.
Del resto è chiaro fin dall’inizio quale sia l’approccio di Hirata: «Non serve combattere, ma io lo faccio comunque perché la gente lo ricordi. Mi hanno dato due anni: voglio che siano i migliori».
Uno degli aspetti più interessanti del film è che sia anche un documento dello sviluppo della relazione tra Hirata e la troupe che lo sta riprendendo. Man mano che proseguono le riprese il rapporto si fa più intenso, il regista appare nelle inquadrature con il protagonista, Hirata gli si rivolge come ad un amico, «ho perso la mia forza. Koreeda-san, mi dai un po’ della tua?», e lo stesso cineasta nei commenti fuori campo ammette che ad un certo punto le riprese erano diventate una scusa per andare a trovarlo, dargli una mano, ascoltare le sue storie.
Koreeda lo riprende in intensi primi piani, riguardo ai quali poi osserverà «semplicemente, penso si possa dire che mi piaceva il suo viso»; le considerazioni si fanno più personali e commosse nel finale.
In analogia a quanto avverrà poi nei successivi lungometraggi di fiction, Koreeda è molto attento alla memoria: in alcune occasioni Hirata ricorda la figura del padre, non solo quando si reca sulla sua tomba, ma anche quando ne parla con l’amico Kodama. Il regista sottolinea, in uno degli ultimi segmenti del film, le parole tratte da un saggio di Hirata dedicate al padre, che era stato anche lui per un periodo in ospedale, ed al senso di rimpianto del figlio per non essere andato a trovarlo. È quello stesso senso di malinconia che si percepisce in Still Walking, nel rapporto tra gli anziani genitori e Ryota, o che colpisce l’omonimo figlio di Eisuke, nel momento della morte di quest’ultimo, nella serie Going my Home. L’inquadratura delle mani di Hirata che stringono quella di un amico, nel momento del peggioramento, ricordano analoghe inquadrature, per esempio di Nobody Knows. Così come il finale su di una spiaggia con figure sfocate in movimento avvolte da una luce intensa, non può non far pensare ad un anticipo del particolare uso della luce, e di soggetti in controluce, di Maborosi. [Claudia Bertolè]

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