Yume no naka e (夢の中へ, Into a Dream)

Regia di Sono Sion Di 26 Settembre 2010

Con Into a Dream Sono Sion si sofferma sul momento in cui il cambiamento ha origine. Una scelta coraggiosa e del tutto riuscita perché riuscito è lo sforzo di astrarsi dal realismo dei gesti e approfondire il discorso sulle dinamiche del pensiero.

yume no nakaYume no naka e (夢の中へ, Into a Dream). Regia: Sono Sion; sceneggiatura: Sono Sion; fotografia: Yanagida Hiroo; scenografia: Suzuki Junko; costumi: Yumi Maruoka. montaggio: Jun’ichi Itō; suono: Akira Onishi; interpreti: Tanaka Tetsushi, Natsuo Yūna, Murakami Jun, Odagiri Jo, Ichikawa Miwako, Iwamatsu Ryō, Maro Akaji, Nukumizu Yōichi, Tezuka Toru. produzione: Hrotaka Asano, Suzuki Takeshi per Moving Pictures Japan/T. artist; durata: 103'; uscita nelle sale giapponesi: 11 giugno 2005.

PIA: Commenti: 3,5/5   All'uscita delle sale: 66/100

3-stelle-mezzo

Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre. In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.

Con Into a Dream Sono Sion si sofferma sul momento in cui il cambiamento ha origine. Una scelta coraggiosa e del tutto riuscita perché riuscito è lo sforzo di astrarsi dal realismo dei gesti e approfondire il discorso sulle dinamiche del pensiero. Che, infatti, diventano fin da subito il centro dell’attenzione del regista, tanto da spingerlo a costruire il film attorno ad un percorso a spirale, che parte da uno sguardo ampio sul microcosmo del protagonista - gli amici, il lavoro, gli affetti - per poi lentamente precipitare nelle profondità del suo animo.
Il suo viaggio è un percorso all’indietro e non solo perché tornare a casa vuol dire confrontarsi con il proprio passato, ma perché nei suoi gesti c’è insita l’idea del non riuscire ad afferrare le cose nella giusta direzione (quando, ad esempio, telefona ripetutamente senza successo ad un amico che non capisce davvero le ragioni della sua inquietudine). Particolarmente raffinato lo stratagemma di Sono nel filmare Suzuki come se si muovesse all’indietro, come quando si fa scorrere al contrario un film e tutto appare necessariamente capovolto. Sensazione che coinvolge solo il protagonista, però, aumentando in lui (e nello spettatore) il sentimento dello spaesamento dentro un ambiente famigliare e al tempo stesso sfuggente. Nel suo girovagare per le strade cittadine, Suzuki scivola senza soffermarsi, si sottrae agli incontri e ai luoghi, abbandona ed è abbandonato. Per questo non deve sembrarci casuale il posto che occupa sul treno mentre compie il breve viaggio per fare ritorno al suo paese d’origine. Nel dare le spalle alla direzione di marcia c’è il senso del film e il doppio (falso) movimento in cui è quasi inconsapevolmente coinvolto.
Non solo all’indietro, dunque, perché Suzuki precipita continuamente nel vuoto di sogni come scatole cinesi. Ci si potrebbe perdere nell’andirivieni onirico in cui è coinvolto perché Sono organizza la narrazione in modo da mescolare i livelli e far confluire quello che è reale in quello che non lo è. Più giusto sarebbe parlare di “sbavature”, con cui evitare le linee nette di separazione, non per necessità dell’inganno, ma per lasciare in ognuna delle tre storie frammenti delle altre. Così Suzuki l’attore in crisi può perdersi nei lunghi interrogatori di un sogno e poi immergersi nella sua avventura di attivista ferito. Lo spaesamento resta identico ovunque si trovi e i continui risvegli, quasi sempre in primo piano, diventano la punteggiatura ritmata di un discorso spesso imprevedibile. Fino a quando le metafore si fanno più semplici e le tracce disperse e camuffate escono allo scoperto. Scopriamo quindi che a tormentare Suzuki sono le sue scelte professionali e una certa insicurezza esistenziale. “Quando sono diventato una persona che non sono?” si chiede ripetendo parte di un monologo da recitare, senza accorgersi mai che la domanda appartiene più a lui che a un suo personaggio e che non serve una particolare intonazione per renderla vera. Proprio questa è l’ancora di salvezza con cui riemergere in superficie: sognare il proprio alter ego pronunciare quella stessa frase. La ridondanza risulta efficace sulla presa di coscienza e il girovagare disordinato inizia ad assumere una forma più controllata e controllabile. Sono è attento a mettere in relazione il piano del racconto con quello della fruizione, il personaggio e lo spettatore sono veicolati lungo binari talmente precisi da far percepire il film come un lungo piano sequenza, con la macchina da presa sempre in movimento, quasi traballante per accentuare l'idea di flagranza. Tutto accade senza soluzione di continuità. Lo schema è quello, non a caso, della performance teatrale dove ogni cosa è posta quasi sullo stesso piano, ugualmente urgente e sempre declinata in un astratto tempo presente. [Grazia Paganelli]

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