Heya (部屋, The Room)

Regia di Sono Sion Di 02 Ottobre 2010

Un anziano killer, sul viale del tramonto, è alla ricerca dell’appartamento perfetto. Piccolo ma spazioso, silenzioso e ben isolato. Non ci è dato sapere quali siano le sue intenzioni e il perché di questa ricerca così oculata e meticolosa. Una giovane agente immobiliare mostra, con pazienza e scrupolosità quasi robotica, vari alloggi all’accigliato signore, ma nessuno pare rispondere alle caratteristiche da lui richieste. La soluzione perfetta è raggiunta solo alla fine della storia.

heya

Heya (部屋, The Room). Regia e sceneggiatura: Sono Sion; fotografia: Otsuka Yuichirō, Miki Shigenori; montaggio: Ukai Kunihiko, Sono Sion; musica: Yamamoto Kosei, Okano Hiroki; suono: Okano Hiroki; interpreti: Maro Akaji, Dōguchi Yoriko, Sano Shirō, Takahashi Sayoko, Matsuda Masao, Uchida Eiichi, Terashima Yuko; produzione:  Yasuoka Takuji, Nakano Takayuri, Matsuoka Ryō; durata: 92’; anno: 1992; uscita nelle sale giapponesi: 18 gennaio1997.

3-stelle

Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.

Un anziano killer, sul viale del tramonto, è alla ricerca dell’appartamento perfetto. Piccolo ma spazioso, silenzioso e ben isolato. Non ci è dato sapere quali siano le sue intenzioni e il perché di questa ricerca così oculata e meticolosa. Una giovane agente immobiliare mostra, con pazienza e scrupolosità quasi robotica, vari alloggi all’accigliato signore, ma nessuno pare rispondere alle caratteristiche da lui richieste. La soluzione perfetta è raggiunta solo alla fine della storia. 

Collocare The Room all’interno della filmografia di Sono Sion non è certo impresa facile, tanto questo piccolo film abbonda di astrazione, oblio e sottrazione, rispetto alla messa in scena quasi barocca di altri suoi più recenti lavori: da Suicide Circle a Noriko’s Dinner Table, da Strange Circus a Love Exposure. The Room, silenzioso, statico ed enigmatico, è anche, e soprattutto, la rappresentazione del disagio del suo anziano protagonista, e di una vita sofferta della quale ci è dato conoscere assai poco. Un disagio che si avverte quasi solo attraverso la vizza espressione del suo stanco volto. I solchi lasciati dal tempo sui tratti del viso ed il suo sguardo impassibile, quasi apatico, si disperdono nelle ambientazioni di un contesto urbano che pare ignorarlo e che lui stesso sembra non voler più sopportare. Molto di quel che si vede ricorda le scelte espressive di altri noti film indipendenti, come quell’Eraserhead di David Lynch che fece del silenzio e del bianconero contrastato e sgranato il suo straordinario marchio di fabbrica.

Un altro aspetto fondamentale di The Room riguarda il suono che inghiotte gli spazi e i personaggi con i suoi fragori urbani, come interferenze che paiono procedere inesorabili ed incuranti del lento incedere umano. E così, se i dialoghi sono pochi, anche se piuttosto eccentrici, i rumori creano una sorta di ‘muro risonante’ che va a riempire i silenzi lasciati dalle parole e che, assieme a immagini granulose, dirette ed essenziali, plasmano un immaginario visivo di sicuro impatto. Da notare, poi, come l’audio di molti dialoghi sia sfalsato rispetto alla posizione dei personaggi nel piano di ripresa: voci in primissimo piano possono, infatti, provenire da attori relegati anche sullo sfondo del riquadro. 

Già dalle e prime inquadrature emergono due importanti caratteristiche del film: la fissità della macchina da presa e i lunghi silenzi. Ogni informazione appare superflua rispetto a quello che sarà svelato solo nell’epilogo: lo scopo del vecchio sicario alla ricerca di una camera perfetta. Egli non ha nemmeno un nome.  Non importa come si chiama, ma ciò che ha fatto (che  col trascorrere dei minuti risulterà più chiaro) e ciò che farà (l’estrema risoluzione del finale chiuderà, senza appelli, il cerchio narrativo). Quasi del tutto assenti saranno i movimenti di macchina e l’accompagnamento musicale. Allo spettatore arrivano solo i rumori della presa diretta della strada degli ambienti, e, dunque, anche i silenzi delle case vuote visitate, di volta in volta, dai due protagonisti. La ricerca di un appartamento sembra essere l’unica cosa importante e che ha ancora un senso. I momenti di trasferimento da una casa all’altra, in metropolitana o a piedi, non sono accompagnati quasi da nessun dialogo e da nessun particolare movimento degli attori. All’interno dei vagoni della metropolitana, l’inquadratura e la posizione degli interpreti sono sempre molto simili. Gli unici dialoghi avvengono all’interno delle case visitate, quando la donna mostra l’appartamento all’uomo e questi esprime la sua insoddisfazione. La fissità dei piani e la scarsità dei dialoghi rallentano i tempi della narrazione, che si animano solo all’ingresso in ogni nuovo appartamento. L’iterazione di primi e primissimi piani immersi nel silenzio esalta ogni minima espressione dei volti inquadrati. 
Un ruolo chiave nell’economia narrativa di The Room è assunto dal flash back che rivela l’identità di killer del protagonista. Si tratta, almeno per certi aspetti, dell’unica scena d’azione del film, che può ricordare, anche per il suo tono un po’ surrealista,  certi lavori di Suzuki Seijun e, più in generale, i film d’azione della Nikkatsu degli anni Sessanta. Ciò che questo flash back esplicita, costringe lo spettatore a ripensare a tutto quel che ha visto sino a questo momento. Le immagini sono accompagnate (come accade anche in altri momenti del film) dalla voce over del protagonista, inframmezzata da sospiri, sforzi e ansimi, tutti in una sorta di primissimo piano sonoro. Un tessuto sonoro, questo, che si ritrova anche nella scena in cui l’uomo incontra un suo presumibile collega, ancora più avanti con gli anni. Scena che, come altre, è segnata da ambiguità e incertezze, quali il misterioso  scambio di valigette e, soprattutto, il timore che i due manifestano nei confronti dei defunti, quasi si sentissero metafisicamente perseguitati dalle ombre spettrali delle loro vittime senza pace.  La frase che apriva il film può, forse, trovare il suo senso solamente nel finale senza scampo: «Aprile è stato il mese più crudele. Arrivederci, Ventesimo Secolo». [Fabio Rainelli]

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