Keiko desu kedo (圭子ですけど, It's Keiko / I Am Keiko)

Regia di Sono Sion Di 08 Ottobre 2010

C'è una un’intensa mestizia da parte di Sono nel raccontare l’attesa della giovane cameriera Keiko alla soglia del suo ventiduesimo compleanno. Dall’interno del suo appartamento, solitaria e pensierosa la ragazza ricorda i suoi trascorsi ed ascolta i rumori dell’ambiente che la circonda, contando le ore e i minuti che la separano dal fatidico evento.

keikoKeiko desu kedo (圭子ですけど, It's Keiko / I Am Keiko) Regia: Sono Sion. Soggetto: Sono Sion. Sceneggiatura: Sono Sion. Fotografia/Camera: Onling Won. Sonoro: Suzuki Daisuke. Luci: Nagashima Moriyaki. Interpreti e personaggi: Suzuki Keiko (Suzuki Keiko, la cameriera) Produzione: Yoshida Shunji. Durata: 61’. Anno: 1997.

Link: Sito ufficiale di Sono Sion (giapponese)

3-stelle-mezzo

Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.

C'è una un’intensa mestizia da parte di Sono nel raccontare l’attesa della giovane cameriera Keiko alla soglia del suo ventiduesimo compleanno. Dall’interno del suo appartamento, solitaria e pensierosa la ragazza ricorda i suoi trascorsi ed ascolta i rumori dell’ambiente che la circonda, contando le ore e i minuti che la separano dal fatidico evento. Fin dalle prime inquadrature è evidente l’intento dell’autore nel voler affrontare un discorso maggiormente legato alla rappresentazione cinematografica piuttosto che alla narrazione dell’evento stesso. Diversi sono infatti gli elementi che concorrono a determinare questa posizione: predominanza di inquadrature frontali, un’indagine accurata del volto della protagonista, accesi cromatismi, il rosso in prevalenza, forte segmentazione geometrica interna ai quadri, intenso lavoro sulla costruzione del processo di identificazione, rappresentazione dello spazio del profilmico, tempo della narrazione cronologica e tempo della percezione dello spazio che si colloca nel fuori campo al di là del quadro e dei suoi limiti, attraverso una costante tensione vero l’esterno.

Una rappresentazione cinematografica che traccia, sviluppa l’evoluzione spazio temporale dell’immagine e dei suoi soggetti in relazione alla percezione-interpretazione spettatoriale del suo divenire. La protagonista sottolinea di essere cosciente di aver vissuto più di centonovantamila ore, ma come ci si può relazionare a tale tempo, che azioni, scelte è bene compiere, in virtù del fatto che le lancette continueranno a scorrere? Il tempo diviene allora obbligo, fattore imprescindibile di ripetitività che conduce alla noia, alla consapevolezza della sua inevitabile esistenza, seppure in uno stato di “temporanea” cancellazione di presenza e coinvolgimento. Keiko conta attentamente il tempo che la separa dal suo compleanno, tre settimane, comunicando l'ansia, la nostalgica aspettativa in cui al lento deperire (avanzare del tempo) si contrappone il continuo allontanarsi dalla vita stessa che si dà anch’essa nello scorrere del tempo in quanto paradossale morire nel vivere. Un manifestarsi del sentimento dell’impermanenza, leitmotiv caro a molta produzione artistica giapponese. Attraverso una serie di still frames di vita passata e la voice over di Keiko, Sono racconta la breve vita vissuta dalla sua protagonista: anno di nascita, segno zodiacale, infanzia, scuole, istituti superiori frequentati, attuale occupazione, una serie di informazioni che ci permettono di collocarla nello spazio e naturalmente nel tempo diegetico ma che non donano alcuna componente specifica o conoscitiva di chi sia la nostra interlocutrice, lasciando che sia nuovamente Keiko ad intervenire affermando “Da questo, che cosa avete capito?”, “Non ne sono sicura. Non lo so, non ne ho idea”. Il legame con il passato trova una sua affermazione nelle ossa del padre defunto per cancro, gelosamente trafugate e custodite dalla figlia dopo la sua cremazione. Un rapporto similare a quanto Sono descriverà ampiamente più di dieci anni dopo in Chanto tsutaeru (Be sure to share, 2009), dove il regista tratteggerà con delicatezza il legame tra Shiro e il padre Tetsuji Kita, in punto di morte per un tumore allo stomaco.
Il trascorrere del tempo si connatura agli automatismi, alla ripetitività dei gesti, del loro susseguirsi costante: cerniere che si aprono e si chiudono, il cibo che giunge a cottura, l'aprirsi di lattine di birra, orologi che si devono ricaricare, il ticchettio delle loro lancette, lo squillo del telefono, reiterarsi e meccanicità nella composizione della vita che si sussegue arrovellandosi su se stessa senza sosta. Una quotidianità che è anche certezza. La sicurezza dell’ambiente interno diviene il punto privilegiato da cui osservare il mondo, ventre di calore ed accoglienza che si evidenzia nella curiosa analogia della boccia dei pesci rossi con la quale gioca la protagonista, un riparo che è al contempo reclusione. Punto di partenza, come già accadeva in Heya (1992), per osservare ed ascoltare la fisicità e il dinamismo dell’ambiente esterno che è, in antitesi, esplosione di movimento e sonorità indistinta. Un percorso cognitivo che va dall’interno all’esterno attraverso una sua partecipazione mediata, indiretta, data appunto dal contenimento dell’ambiente stesso e dalla sua percezione. Come l’interno è immobile e silenzioso l’esterno è frastuono di velocità e dinamismo. Sono affronta lo scorrere del tempo con atteggiamento analitico, soppesando in modo accurato ogni elemento che possa divenire consono alla sua personale trattazione di tempo e divenire, spazio e suo riempimento. Il tono del film esula tale ricerca da qualunque riferimento di realismo, vi è un tratto documentaristico, ma traslato in una messa in scena che è sempre artistica, quasi surreale.
I primi lavori di Sono Sion paiono dunque molto legati allo sperimentalismo espressivo e di sintassi cinematografica, si intravedono nel giovane regista i postumi della composizione poetica, dell’art house cinema indipendente, l’influenza di registi come Terayama Shuji, la passione per l’hand writing e l’esperienza dell’artista di strada. It’s Keiko appartiene a quel tipo di cinema in cui l'autore cerca di realizzare poesia, arte in movimento, in cui il mezzo cinematografico diviene una via per veicolare se stessi verso il pubblico, dove il principale desiderio è quello di riuscire a trasmettere una particolare sensibilità espressiva. It’s Keiko è però anche un tentativo di raccontare e descrivere simbolicamente gli anni che intercorrono tra l’adolescenza e l’età adulta, un periodo conflittuale, caratterizzato da un’estenuante ricerca il cui fine è comprendere e definire se stessi, su cui l’autore ritornerà ancora, successivamente, in Yume no naka e (Into a Dream, 2005), invitando ad un nuova riflessione attraverso le parole del suo protagonista Suzuki Mutsugoro: “Quand’è che sono diventato qualcuno che non sono?, Quando avevo vent’anni la mia vita era piena di possibilità, non è questa la scelta che ho fatto!”. [Luca Calderini]

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