Otoko no hanamichi (男の花道, Man’s Flower Road)

Regia di Sono Sion Di 22 Ottobre 2010
Primo lungometraggio di Sono, vincitore del Gran Premio al PIA Film Festival del 1987. Girato in super 8 e diviso in due parti, il film mostra momenti di vita di un giovane studente che frequenta l’università e vive con la famiglia in una casa di periferia. Ciò che contraddistingue e unisce le varie scene è una sorta di furente inquietudine del protagonista. 
otokonoOtoko no hanamichi (男の花道, Man’s Flower Road). Regia, soggetto, sceneggiatura, suono, montaggio: Sono Sion. Fotografia: Suzuki Kensuke. Assistente alle riprese: Hirano Katsuyuki. 
Interpreti prima parte: Sono Sion, Yamamichi Kyousuke, Fujiwara Akira, Yamamoto Kotetsu, Hida Michiko, Kawanishi Hiromi. Interpreti seconda parte: Sono Sion, Kawanishi Hiromi, Sono Michika, Sono Izumi, Sono Otoki. Durata: 110’. Anno: 1986.

Link: Sito ufficiale di Sono Sion (in giapponese)

Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.

Primo lungometraggio di Sono, vincitore del Gran Premio al PIA Film Festival del 1987. Girato in super 8 e diviso in due parti, il film mostra momenti di vita di un giovane studente che frequenta l’università e vive con la famiglia in una casa di periferia. Ciò che contraddistingue e unisce le varie scene è una sorta di furente inquietudine del protagonista. 
La prima parte, il cui titolo richiama nel significato quello del film, ritrae il protagonista pervaso da un accanimento furioso che fugge in continuazione dagli altri senza motivo evidente. La maggior parte delle scene, girate a Tōkyō, riprendono persone in corsa, quasi a trasmettere fisicamente la sensazione di un’ansia bruciante.
La seconda parte, completamente diversa dalla prima , si svolge in una città di provincia e dipinge i giorni in cui il protagonista tormentato lascia la casa per andare a Tōkyō sperando di aver fortuna. La maggioranza delle scene sono girate nel buio o nella penombra e spesso l’immagine nasce da una lucina e dal suo movimento, conferendo una sorta di placidità all’insieme. L’ansia rabbiosa della prima parte viene qua a essere contrappuntata da una più meditata tranquillità che è però anche incertezza, non vedere, non sapere, rappresentati dalla penombra e dal buio. L’uso del colore e del bianco/nero sottolinea l’alternanza di realtà, ricordo, sogno. Quando il protagonista riprende l’azione e abbandona la casa, è di nuovo la corsa il movimento tipico della scena, fino alla bellissima ripresa finale in cui egli corre verso un indefinito futuro lasciando dietro di sé la scia del suo passaggio. Una scia che esprime in maniera commovente l’impossibilità di tagliare definitivamente il cordone ombelicale con la casa e la famiglia e che resta impressa nella memoria dello spettatore in maniera indelebile.
In entrambe le parti è fore la componente autobiografica. Come ha detto lo stesso regista: "eccetto Kawanishi Hiromi nel ruolo di mia sorella minore, recitano tutti i veri componenti della mia famiglia. Mia madre impersona mia madre, mio padre è mio padre, mia sorella minore è la mia amica. Ho dipinto con grande cura il senso di impazienza dei giorni in cui andavo e venivo di casa senza dire niente a nessuno e ai quali oggi guardo quasi con nostalgia".
È un film in cui ciò che conta non è tanto la storia che viene narrata quanto il tentativo di rappresentare lo stato d’animo di un giovane venticinquenne arrabbiato e inquieto. “La prima parte - continua Sono - è roba che ha ripreso il mio inaudito stile di vita di allora così com’era. Urlo, corro a perdifiato, mi azzuffo, mi denudo, mi slancio completamente nudo nel campus universitario, distruggo. (...). Più che una storia ho scagliato rabbiosamente sullo schermo l’energia vitale dell’hard core punk da cui allora ero molto preso. Ooshima Nagisa ha battezzato questo modo di girare 'direct cinema'”.
Pur con le asperità e le imperfezioni tipiche del lavoro realizzato da un esordiente con mezzi quasi di fortuna, il film riesce a elevare la narrazione autobiografica a rappresentazione di una condizione esistenziale. In questo, Sono mostra fin dall’esordio una sensibilità e una creatività non comuni. Fra i vari aspetti che si ritroveranno poi in forma matura nei film successivi, piace ricordare l’introduzione di elementi grotteschi, un notevole controllo delle riprese con luce naturale e l’uso di piccole luci nel buio o nella penombra a comporre contesti visivi saturi di emotività. [Franco Picollo] 

Cerca recensione

Sonatine

Appunti sul cinema giapponese contemporaneo

Questo portale raccoglie recensioni critiche di film e documentari giapponesi realizzate da un gruppo di appassionati.

Area Riservata