Jitensha toiki (自転車吐息, Bicycle Sighs)

Regia di Sono Sion Di 04 Gennaio 2013

Shirō e Keita sono due giovani amici che abitano nella cittadina di Toyokawa, entrambi hanno l’età di chi dovrebbe scegliere il proprio futuro, ma in realtà non sono per niente interessati ad entrare nel cosiddetto mondo adulto.

jitenshaJitensha toiki (自転車吐息, Bicycle Sighs). Regia: Sono Sion. Soggetto e sceneggiatura: Sono Sion, Saitō Hisashi. Fotografia: Kitazawa Hiroyuki. Luci: Kiyono Toshihiro. Scenografia: Suzuki Takuji. Montaggio: Ishihara Hajime. Musica: Bobo Brasil, Great Richies. Tecnico del suono: Kitamura Yoshiaki. Aiuto regista: Saitō Hisashi. Interpreti e personaggi: Sono Sion (Kita Shirō), Sugiyama Masahiro (Tamura Keita), Kasai Hiromi (Kita Masako, la sorella di Shirō), Yamamoto Hiroko (Kyōko, la fidanzata). Produzione: Nishimura Takashi, Suzuki Yutaka, Takeda Kōji per Pia Film Festival. Durata: 93’. Anno: 1990.

Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.
 
Shirō e Keita sono due giovani amici che abitano nella cittadina di Toyokawa, entrambi hanno l’età di chi dovrebbe scegliere il proprio futuro, ma in realtà non sono per niente interessati ad entrare nel cosiddetto mondo adulto. Anziché studiare per superare gli esami d’ammissione all'università, i due tergiversano nel loro limbo, guadagnandosi da vivere con la consegna dei giornali. Mentre Shirō, per dare corpo alle sue aspirazioni artistiche, tenta di ultimare un film in super8 incominciato alle scuole superiori, l’amico Keita, quasi rassegnato, sembra sul punto di cedere.
Realizzato grazie ad un premio in denaro ottenuto dal Pia Film Festival dopo aver vinto l'edizione del 1987 con Otoko no hanamichi (Man's Flower Road, 1986), Bicycle Sighs riprende molte delle ossessioni, delle tematiche e degli stilemi dei primi esperimenti del cineasta, elaborandoli in una storia narrativamente più complessa, anche se ancora acerba, e segnata da un’evidente libertà espressiva. Siamo nel 1990, agli inizi di quel nuovo decennio che avrebbe visto l’inesorabile scoppio della bolla economica che aveva fatto crescere il Giappone nella seconda metà degli Ottanta. Come pochi altri film del periodo, Bicycle Sighs ha il merito di captare il malumore, le incertezze e le paure di una generazione, ben prima che esse si manifestassero apertamente agli occhi di tutti. Sono riesce qui ad esprimere quel senso di incertezza nel futuro che avrebbe caratterizzato gli anni a venire, quando cioè l'onnipotenza del decennio precedente, in gran parte di natura economica, sarebbe venuta a mancare. Il film trova così uno dei suoi punti di forza nell’essere un’opera liminare, che sta sul crinale temporale che divide due diversi momenti. Da una parte, appunto, preannuncia un certo sentimento degli anni Novanta: la ribellione del singolo e la messa in discussione dei valori dominanti, così come la volontà di liberarsi dai canoni stilistici imposti e di esplorare nuovi territori cinematografici. Dall'altra, essendo ancora dentro il periodo precedente, ne rappresenta una controparte, un negativo, in grado di metterne in luce i movimenti sotterranei.
Girato nella natia Toyokawa, Bicycle Sighs, al di là dalla sua riuscita prettamente artistica, ci dà del Giappone un’immagine assai diversa da quella dominante in quegli anni. Non ci sono luci, club, ricchezza e sicurezza, ma al contrario una quotidianità incerta e vacillante, che si muove con difficoltà in un paesaggio provinciale fra i più anonimi. E così niente automobili ma solo biciclette. Questo mezzo, non a caso scelto anche per il titolo, rappresenta lo strumento attraverso cui individui insofferenti cercano di ribellarsi a quel senso di chiusura e di soffocamento che la società, ma sarebbe più giusto dire la realtà, impone loro, specialmente nei periodi di stagnazione sociale e politica. Un senso d’oppressione che emerge anche da quegli “interni qualsiasi” di abitazioni comuni o dalle zone “arrugginite” e decadenti del vecchio parco quasi in disuso, dove Shirō gira gran parte del suo film. L’importanza della cittadina di Toyokawa, che troviamo anche in altri lavori del regista, è qui quasi un’ossessione, come testimonia l’indirizzo ripetuto fino allo sfinimento durante l'apertura del film, in una sorta di litania che rimanda agli esordi in veste di poeta di Sono e alla sua passione per la parola, soprattutto quella scritta, che sottende tutto il suo lavoro di cineasta. Una passione che, in Bicycle Sighs, si manifesta nel graffito-poesia che Shirō scrive su un muro durante le sue consegne e, soprattutto, nell’ideogramma vergato a mano sull’enorme bandiera bianca che sempre Shirō porta in giro per la città.http://www.sonatine.it/administrator/index.php?option=com_k2&view=item&cid=261
Come accade spesso in Sono, gli stili e le piste narrative si moltiplicano e sovrappongono. Alla parte drammatica, appena descritta, se ne affiancano altre più surreali o citazioniste. Come quando due orsi, o meglio due individui così travestiti, si aggirano nella casa di Keita, o quando il protagonista del filmino a cui Shirō sta lavorando (Sono stesso) appare con la testa di Godzilla, oppure vestito da Gekko Kamen, un popolare supereroe del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, con l’insostituibile bicicletta al posto della motocicletta. Un altro tipico segno dello stile visivo di Sono – così come si era già visto in Ore wa Sono Sion da! (I am Sono Sion!, 1986) e come si vedrà in Keiko desu kedo (I Am Keiko, 1997)  o Kimyōna sākasu (Strange Circus, 2005) – è l’uso di filtri colorati, spesso rossi, come rossi sono la giacca di Shirō, nella scena della bandiera, la cravatta di Keita e Kyōko, i pantaloni di Masako.[Matteo Boscarol]

 

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