Haze (id.)

Regia di Tsukamoto Shin’ya Di 20 Febbraio 2012
La X edizione dell’Asian Film Festival di Reggio Emilia (16-24 marzo 2012) dedica la retrospettiva a Tsukamoto Shin'ya, che sarà presente al Festival e riceverà un premio alla carriera. In occasione di tale importante evento, Sonatine pubblica le schede critiche di tutti i film di Tsukamoto, che andranno a configurare uno Speciale Tsukamoto sempre consultabile online.
HazeHaze (id.). Regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, scenografia e montaggio: Tsukamoto Shin’ya. Trucco: Oda Takashi. Musica: Ishikawa Chū. Interpreti: Tsukamoto Shin’ya, Fuji Kaori. Produzione: Tsukamoto Shin’ya, Kawahara Shin’ichi per Gold View Company. Durata: 49’. Anno di produzione: 2005

Un uomo si ritrova, senza sapere perché, nell’oscurità di un sinistro cunicolo. Ha una ferita allo stomaco da cui perde sangue e non ricorda niente di ciò che è accaduto prima di trovarsi lì. Avanza tentoni in spazi sempre più ristretti, da un buco una sorta di martello lo colpisce ripetutamente, dei chiodi gli trafiggono i piedi. Le immagini di una donna ferita seduta su un tavolo sembrano colpire la sua mente. Sempre più disperato, l’uomo si chiede se non sia scoppiata una guerra, se una setta religiosa non gli abbia fatto il lavaggio del cervello, o se non si tratti del terribile scherzo di un ricco pervertito? Mentre avanza strisciando in mezzo a brandelli di corpi e viscere umane che  gli galleggiano intorno, incontra una donna persa quanto lui in quel luogo misterioso. Più decisa del suo compagno di sventura, la donna si mette alla ricerca di una via d’uscita, gettandosi nell’acqua di un canale pieno di membra umane fatte a pezzi. L’uomo la segue per ritrovarsi poi in una sorta di pozzo, dalla cui sommità proviene una luce. Sfondata a fatica una lastra di metallo, riesce a entrare in una camera finalmente illuminata, dove ritrova la donna che giace in una pozza di sangue. L’uomo, ormai anziano e solo in una stanza, passa davanti a una fotografia della donna, ed esce su un terrazzo inondato dal sole dove sono appesi ad asciugare diversi panni tutti di colore bianco. L’uomo e la donna, forse prima che tutto sia accaduto, sono seduti a un tavolo e guardano verso qualcosa che li illumina, come potrebbe fare lo schermo di un televisore acceso.

Girato in digitale, nel corso di due sole settimane, Haze rappresenta per il suo carattere “sperimentale” un ritorno allo Tsukamoto delle origini. Innanzitutto, sul piano della costruzione narrativa, il film rifiuta di spiegarci le origini del mistero, il perché l’uomo e la donna si ritrovino in quel luogo. Allo stesso modo il suo epilogo, che si articola in tre situazioni diverse (l’uomo e la donna sanguinanti nella stanza illuminata, l’uomo da solo e invecchiato sul terrazzo di un edificio, i due seduti a un tavolo), anziché chiudere la storia, la lascia sospesa in una totale ambiguità, muovendosi fra il presente, il futuro e un possibile passato. Queste incertezze e mancate spiegazioni danno al film una dimensione metaforica come se il viaggio del protagonista fosse una sorta di (neo)nascita – vedi la scena del “pozzo di luce” – che porta ad un mondo fatto, però, dagli stessi incubi di quello da cui si proviene (quando nel cunicolo buio la donna si sveglia, dopo essersi addormentata, dice di aver sognato di essere in una stanza: «Mi sono sentita sola. È stato come ritrovarsi in un posto come questo. Faceva paura!», al che l’uomo replica:  «Forse si tratta del posto dove stavi prima di finire qui. Non ci aspetta niente di particolare anche se in qualche modo riusciremo ad uscire»). Proiettato in una sorta di angosciante eterno ritorno fatto di dolore e paura, Haze accentua il senso di claustrofobia della sua storia attraverso l’uso di effetti – a volte favoriti dal digitale – di camera-to-the-skin (la prossimità ai volti dei personaggi), di una particolare naturalezza della luce nelle riprese dell’oscuro cunicolo, della continua instabilità della ripresa, di frequenti jump-cut, di immagini oblique e angolazioni accentuate, insieme con una colonna sonora dove i rumori e le musiche (del solito Ishikawa Chū) si fondono in un amalgama noisy fatto di grida, mugolii, respiri, cigolii, tonfi e suoni metallici dal carattere decisamente inquietante.

Il corpo, costretto e serrato in uno spazio chiuso, e il dolore fisico, delle ferite e dei colpi ricevuti, divengono in Haze un’unica cosa con una mente lacerata dall’angoscia provocata dalla perdita di memoria e dall’impossibilità di dare una spiegazione a ciò che è accaduto e sta accadendo. Il labirinto in cui si trova il protagonista del film (interpretato dallo stesso regista, qui one-man-band più che mai) è innanzitutto un labirinto mentale, espressione di una condizione umana che non lascia alcuna speranza, né possibilità di salvezza. Mente, corpo e materia – le tre principali ossessioni di Tsukamoto – si saldano qui alla perfezione e diventano ancora una volta un’unica cosa. Ma ora, a differenza che in passato, come bene ha notato Eric Dindian, «non è più l’elemento urbano che investe il corpo come in Tetsuo, ma l’umano che infiltra il corpo dell’urbano» (www.devildead.com).

Nell’intervista contenuta fra gli extra del DVD di Haze (distribuito in Italia dalla No Shame), Tsukamoto indica, fra le fonti del soggetto, la scena di La grande fuga (The Great Escape, John Sturgess, 1963) in cui il personaggio di Charles Bronson ha un attacco di claustrofobia nel tunnel scavato dai prigionieri. Molti critici hanno poi rinvenuto le analogie (pur parziali) del film con altre e più recenti opere come Cube – Il cubo (Cube, Vincenzo Natali, 1998), Hypercube – Cubo 2 (Hypercube – Cube 2, Andzrej Sekula, 2002)  e The Saw – L’enigmista (The Saw, James Wan, Darren Lyn Bousman, 2004). Altri film ancora possono essere correlati ad Haze, come i tanti recenti sul tema della perdita di memoria, a partire da Memento (Christopher Nolan, 2000), e, per quel che riguarda il ritrovarsi in un luogo chiuso e senza via d’uscita, Symbol (Matsumoto Toshio, 2009), Kill Bill (Quentin Tarantino, 2003, la scena di Uma Thurman nella bara), Buried – Sepolto (Sepolto vivo, Rodrigo Córtez, 2010) e quell’Old Boy (Park Chan-wook, 2003) che lo stesso Haze sembra voler ricordare quando il protagonista si chiede se ad architettare questo terribile scherzo non sia stato un ricco pervertito. Non è forse questo il segno di un certo modo che l’uomo ha oggi di vivere il suo rapporto col mondo in forme claustrofobiche, di smarrimento, cattività e impotenza? [Dario Tomasi]

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