Futsū saizu no kaijin (普通サイズの怪人, The Phantom of Regular Size)

Regia di Tsukamoto Shin’ya Di 26 Febbraio 2012

Un impiegato, davanti allo specchio di un bagno, soffre per strane e violente convulsioni. Eccolo, poco prima, in una stazione della metropolitana aspettare e osservare i treni passare. Una strana donna, con un braccio metallico, lo aggredisce alle spalle.

phantom-regular-sizeFutsū saizu no kaijin (普通サイズの怪人, The Phantom of Regular Size). Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Tsukamoto Shin’ya. Interpreti e personaggi: Taguchi Tomorowo (impiegato - cyborg), Tsukamoto Shin’ya, Fujiwara Kei (fidanzata dell’impiegato), Kanaoka Nobu (donna dal braccio d’acciaio). Produzione: Kaijyu Theater. Durata: 18’. Anno: 1986.

Un impiegato, davanti allo specchio di un bagno, soffre per strane e violente convulsioni. Eccolo, poco prima, in una stazione della metropolitana aspettare e osservare i treni passare. Una strana donna, con un braccio metallico, lo aggredisce alle spalle. L’uomo riesce a liberarsi e fugge verso l’uscita, ma la donna lo segue e lo raggiunge, aggredendolo nuovamente. Lo scontro è breve: l’impiegato si difende e, alla fine, riesce ad annientare la sua avversaria. E' a questo punto che, colto da strani fenomeni e dopo una lunga sofferenza, osserva il suo corpo mutare. Compare il responsabile di questa mutazione (lo stesso Tsukamoto) che, in seguito ad un incidente stradale, sembra avere acquisito terribili poteri. L’impiegato, ormai trasformato in un mostro d’acciaio, vaga freneticamente per le strade di una città che, attraverso i suoi occhi, appare sempre più spaventosa.

L’idea di The Phantom of Regular Size nasce nel lungo periodo (sette anni) in cui Tsukamoto, abbandonate le ambizioni cinematografiche, si dedica al teatro e a rappresentazioni realizzate all’interno dell’ambiente universitario. Tra queste c’è The Adventure of Electric Rod Boy che viene a lungo rielaborata e trasformata in tutti i suoi aspetti, proprio secondo i meccanismi di quella profonda sperimentazione che aveva coinvolto il teatro giapponese tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Il successo della pièce, e il molto lavoro ad essa dedicato, hanno spinto lo stesso Tsukamoto (e l’intera compagna che lavora al film) ad usarla per una trasposizione cinematografica destinata ad avere conseguenze importanti nell’opera futura del creatore di Tetsuo.
Girato in cinque giorni e in 8mm, il film segna l’inizio della collaborazione con l’attore Taguchi Tomorowo, qui nel ruolo dell’impiegato frustrato e sotto pressione, protagonista della più terribile mutazione mai vista al cinema prima di allora. La sua è una vera e propria battaglia, ma combattuta contro se stesso, o meglio, contro il lato oscuro di sé, che si manifesta nella forma tagliente e minacciosa del metallo. Una maschera di orrore e un grido lacerante perfettamente messi in scena da un film che, non a caso, sceglie, sul piano formale, di stare a metà tra cinema “dal vero” e animazione,  ricorrendo a una tecnica ibrida, fatta di accelerazioni e movimenti velocissimi, e a un montaggio frenetico che scompone un racconto, così come i suoi suoni e i suoi colori, dando vita a una vera e propria perversione visiva.
Macchie di rossi e gialli invadono disordinatamente l’inquadratura mentre il ritmo ossessivo della musica sembra frammentare ogni possibile fluidità temporale. Tornano in mente i titoli di testa graffiati sulla pellicola: quelle lettere incise una a una (siamo ancora una volta nei territori dell’animazione) ci informano che il processo di mutazione era in atto fin dai primi istanti, e ha contaminato lo sguardo e la fruizione.

Chiare sono le metafore politiche di questo film, vero e proprio ritratto di uno schema sociale alla deriva, dove, esattamente come per il povero impiegato, il dato mostruoso cresce al suo interno, incompreso fino alla totale esplosione. Impossibile non pensare a Tetsuo: The Iron Man che il regista girerà tre anni dopo, nel 1989. Si può dire che il nucleo centrale del primo film di Tsukamoto sia già completamente espresso in questo cortometraggio, e non solo per il tema della trasformazione di un uomo in cyborg, ma per lo sguardo visionario, eppure preciso, nella rappresentazione sociale della città e dei suoi abitanti. Perché non è un futuro fantascientifico quello descritto, ma il presente, urgente, violento e deflagrante. [Grazia Paganelli]

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