Shinomiya Hidetoshi, direttore della fotografia

Di 16 Maggio 2011

Quelli che seguono sono tre brevi film (ciascuno non supera i 30 minuti) accomunati dal nome di Shinomiya Hidetoshi come direttore della fotografia. Tre opere molto diverse l’una dall’altra, ma ognuna, a suo modo, degna di nota. Sono state presentate al Nippon Connection 2011 di Francoforte nella sezione Nippon Visions.

Kekkongaku nyūmon shinkonhen (ABC’s of Marriage)
Regia: Satō Hisashi; soggetto e sceneggiatura: Takagi Mikiya e Satō Hisashi; fotografia: Shinomiya Hidetoshi; interpreti: Shiomi Yukari, Suzuki Junpei, Ono Yuriko, Sugiyama Hikohiko, Oda Yutaka; durata: 30'; 2010.

Hanasanaide (Never Let Me Go)
Regia: Fukui Sayaka;  fotografia: Shinomiya Hidetoshi; interpreti: Fukuen Misato, Kishio Daisuke, Tachiki Fumihiko; durata: 26'; 2010

Yōko
Regia: Naritomi Kayo; soggetto e sceneggiatura: Itō Hiromitsu, Saitō Shinji, Naritomi Kayo; fotografia: Shinomiya Hidetoshi; interpreti: Suzuki Yuki, Takekō Aya, Matsumoto Sō; durata; 26'; 2010.


Kekkongaku nyūmon shinkonhen (ABC’s of Marriage) di Satō Hisashi è la classica slapstick comedy: una coppia prossima al matrimonio che lavora in una ditta di parrucche si ritrova a doversi confrontare con l’impatto della vita lavorativa sulla propria relazione. Le pressioni del capo, la corsa ad ostacoli con i concorrenti per accaparrarsi il cliente di prestigio, si traducono in un percorso basato su equivoci e inseguimenti che sfocerà, dopo un susseguirsi di gag, nell’inevitabile lieto fine.
Le trovate sono divertenti (il fiore al’occhiello della ditta è una parrucca alla quale dovrebbero crescere naturalmente i capelli…), il ritmo serrato e i due protagonisti convincenti.

Il secondo film, Hanasanaide (Never Let Me Go) di Fukui Sayaka, prodotto in collaborazione con il Momomatsuri Short Film Festival, è una sorta di commedia macabra concentrata sui personaggi, di cui vengono offerti continui e intensi primi piani.
La storia si sviluppa attorno ai reciproci rapporti tra un ragazzo (affascinante e diabolico quanto basta) e tre donne. O, per meglio dire, due donne e un fantasma. Una delle tre ragazze è infatti stata vittima di un misterioso incidente ed è morta cadendo in un fiume; la seconda è finita in ospedale, anche lei coinvolta nell’incidente; la terza, fidanzata attuale del tizio inquietante, è una scrittrice che decide di scrivere un romanzo sulla loro storia. Seguono prevedibili ritorsioni e conflitti con il fidanzato, per nulla d’accordo con la pubblicazione del libro. Il film è interessante per l’intreccio, per il sapiente gioco al massacro che si snoda nei rapporti fra i quattro personaggi. E lo è ancora di più perché, verso il finale, propone un ribaltamento di ruoli: il giovane, che fino a quel momento sembrava un burattinaio crudele nei confronti dei personaggi femminili, ossessionati dal ricevere le sue attenzioni, dopo un intenso “momento-verità” sul luogo dell’incidente, complici anche le allucinazioni provocate dalla presenza dell’ex fidanzata-fantasma, finirà per cadere dallo stesso precipizio nel fiume e rimarrà paralizzato.
Il finale è quello di un carnefice divenuto vittima di una donna, la fidanzata-scrittrice, che appare a questo punto animata da una determinazione che non aveva avuto fino a quel momento. E’ lei che, nell’ultima scena, avvolta in un elegante cappotto nero, spinge la sedia a rotelle di lui, ormai in suo potere, promettendo di “non lasciarlo mai”. E non sono le parole di una donna fedele e sottomessa, quanto piuttosto una ben poco velata minaccia.

Il terzo film, quello che in assoluto ho preferito, è Yōko di Naritomi Kayo.
La storia ruota attorno alla figura di una giovane donna, ai suoi problemi con l’alcool, ai rapporti difficili con una figlia assente e con il fratello. Yōko ci viene presentata dalla regista, già premiata per un altro cortometraggio al PIA Film Festival del 2007, come un’icona di sofferenza, come l’alienazione incarnata in persona. Yoko è esile, ma slanciata ed elegante, con una massa di capelli neri a coprirle costantemente il volto, negandoci il suo sguardo. Mi ha ricordato un’altra figura di donna, quella di Yumiko, protagonista del film Maboroshi no Hikari (Maborosi, 1995) di Koreeda Hirokazu, pietrificata nella difficoltà di venire a patti con un passato di perdita di persone care (il marito soprattutto, inaspettatamente morto suicida), una figura che si muoveva in uno spazio trasformato in riflesso della sua angoscia interiore.
Fin dall’inizio, quando si sveglia nel letto di un perfetto sconosciuto del quale nulla ricorda, Yōko è come attratta dalla terra, dal basso. La regista ce la presenta per gran parte del tempo seduta sul pavimento, accovacciata. E per giunta con il volto, e lo sguardo, celato dietro una coltre di capelli, un sipario scuro tra la donna e il mondo.
Yōko è un’alcolista, una madre assente, una sorella che anela ad un rapporto (ormai perduto/pregiudicato da reciproci abbandoni/ forse incestuoso?) con il fratello più giovane.
Lunghissimi piani sequenza la ritraggono immobile sul divano, schiantata da un male di vivere che si intuisce profondo. Allo stesso tempo immolata, quasi come una Madonna postmoderna, ad interni claustrofobici e ai tempi lenti delle lunghe riprese dilatate dense di pathos.
Nella scena finale la donna, ordinata, ben vestita e con i capelli legati, esce e prende la metropolitana (ancora un percorso che la conduce in basso, sotto la superficie, nel profondo). Ci appare allora come l’involucro-donna, quell’apparenza che il vivere sociale consacra a realtà. Apparentemente è tutto sotto controllo. Ma il magma delle emozioni, degli stati d’animo, dopo la tempesta dei sentimenti nel confronto con il passato e con il fratello, quelli sono racchiusi nel lampo dell’ultimo sguardo, che buca e supera la maschera della normalità. [Claudia Bertolè - Nippon Connection 2011]

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