Una lettura di "Akunin" (Villain)

Di Genji 31 Gennaio 2011

In attesa dell’uscita in DVD di Akunin (18 marzo 2011) di Lee Sang-il, uno dei film  giapponesi più apprezzati del 2010, traduciamo qui la recensione di Martha P. Nochimson per la rivista Cineaste.

Attenzione: la recensione contiene decisive rivelazioni della trama del film.

"Il discrimine fra colpa e amore è uno degli aspetti centrali del film giapponese Akunin (Villlain) diretto da Lee Sang-il, che ha ricevuto al festival di Montreal il premio per la miglior attrice assegnato a Fukatsu Eri, nei panni di Mitsuyo, una donna sola che lavora in un negozio di abbigliamento maschile, e che un giorno, contro ogni logica, scappa con Shimizu (Tsumabuki Satoshi), un uomo malinconico e scontento. Mitsuyo sa che Shimizu ha ucciso Yoshino (Kiki Kirin), una donna giovane e carina, incontrata grazie a internet, ma crede, o vuole credere, che lui sia un uomo buono, sopraffatto da circostanze straordinarie. Ed è proprio questa interpretazione ad essere il paradosso interno del film. Akunin ha fatto meritatamente sensazione per la sua complessa rappresentazione dell’esasperazione criminale di Shimizu. Potremmo noi tutti, il film si chiede con Mitsuyo, uccidere sulla base di determinate circostanze? La posizione cui il film dolorosamente arriva è che è difficile, quasi impossibile, dirlo.
All’inizio del film ci sono richiami a Ozu per l’incapacità della tradizione giapponese di far fronte al caos che cresce dagli impulsi moderni  verso la libertà. I giovani hanno automobili, cellulari e internet e li usano liberamente in modo istintivo, così anche se vivono a casa, non possono essere controllati dai più anziani e saggi adulti. Inoltre la struttura familiare non è più un bastione di stabilità e i problemi di classe si sono accentuati. Shimizu è stato tirato su da sua nonna, perché la madre se ne è andata per ragioni che non sono mai chiarite ma che comunque indicano l’incapacità di adempiere ai doveri materni. Yoshino, una giovane carina e superficiale, è un approfittatrice, che sa trarre vantaggio dell’amore che suo padre prova per lei, e manipola freddamente Shimizu, mentre va a caccia di Masuo, un playboy ricco, egoista e insensibile. Ma Akunin va oltre le questioni sociali per interrogarsi sulla natura umana.
Yoshino si rende conto del disprezzo che Masuo prova per lei in quanto ragazza che per vivere deve lavorare, solo dopo che egli la sbatte letteralmente fuori dalla sua auto in una strada deserta. Quando Shimizu, che li stava seguendo, arriva a salvarla, lei ha soli pochi secondi per rendersi conto  della pericolosa situazione che ha creato  giocando con il suo affetto. In un cieco riflesso di paura, e non pensando che a se stessa, minaccia duramente Shimizu di accusarlo di stupro, anche se lui in realtà non sta facendo altro che offrirle il suo aiuto. Ciò genera in Shimizu uno spasmo di terrore: se lei mentirà su quel che lui ha fatto con lei nel bel mezzo di un luogo deserto, nessuno crederà alla sua versione. Il risultato è che lui la strangola. Dobbiamo ritenere che sia uscito fuori di testa ed abbia istericamente messo in atto il suo desiderio di farla restare calma? O che sia, per sua indole, un assassino? Quando è in fuga con Mitsuyo, egli sembra fiorire nel luminoso calore del primo romantico amore che abbia mai conosciuto, ma quando diventa chiaro che la polizia lo ha rintracciato nel vecchio faro in cui si è nascosto, si volta verso Mitsuyo, con la faccia stravolta e davvero terrificante, e le dice: «Io non sono l’uomo che tu pensi io sia» e la strangola quasi a morte.  Anche dopo l’irruzione della polizia nel faro, egli continua la sua stretta mortale. Saranno necessari molti uomini robusti per salvare la ragazza. Il fervore con cui egli tenta di ucciderla rende difficile credere, come hanno provato a fare alcuni spettatori, che Shimizu, che sa che mai vedrà di nuovo la luce del giorno, stia tentando di far sì che Mitsuyo non sprechi la sua vita nel sentimentale ricordo del loro amore.
Il regista Lee impiega molto tempo per dimostrare le pietose condizioni di vita con cui, nel loro paese giovani come Shimizu, Mitsuyo e Yoshino sono dovuti venire a patti. Il padre tradizionalista di Yoshino è un modello di lealtà e rettitudine, ma tratta la moglie come se fosse la sedia di una cucina, ed è assolutamente inerme di fronte all’edonismo di Masuo, che poi stana e tenta di uccidere per liberarsi delle sue responsabilità nella morte della figlia.  (Il potere del denaro della famiglia di Masuo ha lo stesso effetto del denaro di Daisy e Tom Buchanan in Il grande Gatsby, che con indifferenza rovinano gli altri e si ritirano nel loro dorato santuario).  Allo stesso modo, la tradizionale nonna di Shimizu, sempre sorridente e disposta a sacrificarsi, vive alla mercè della figlia egoista e del dottore ciarlatano presso cui lavora. La figlia lascia il figlio alle cure della nonna, con poco senso di colpa, in modo da potersi concentrare su suoi propri desideri, e il dottore estorce brutalmente all’anziana donna il denaro che questa aveva guadagnato col sudore della fronte e messo da parte per Shimizu. E dato che non c’è limite al peggio, l’ultima volta che la vediamo è quando una gang di giornalisti la circonda come un branco di piranha freneticamente affamati a caccia di notizie su Shimizu.

Ma alla fine, il regista Lee  non riesce a rappresentare in modo chiaro e netto il crimine come conseguenza né di una cultura disfunzionale, né del male dell’uomo. L’immagine finale contiene tale ambiguità. Mitsuyo è seduta in  un taxi, con un bel mazzo di fiori che ha comprato con l’intenzione di lasciarlo sulla strada dove Yoshino è stata uccisa da Shimizu. Ma non riesce a decidersi a fare quel che aveva pensato. Lasciare i fiori in segno di lutto per Yoshino sarebbe un modo per dire che non crede più a uno Shimizu vittima di terribili circostanze.  Può lei affermarlo? Mitsuyo è paralizzata dall’indecisione. Stinge i fiori in silenzio, mentre il taxista le chiede che cosa vuole fare. Dov’è l’arbitro nel moderno Giappone che può aiutarla a dar forma al suo modo di vedere il mondo?"

[Traduzione di Genji ]

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